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TESTIMONIANZE

 

Con la C.R.I. a Roma … si ripeteva il primo e grande impianto

Andate in tutto il mondo… Il povero vi insegnerà ad amare

Testimonianza

Trieste – Ospedale Regina Elena, chiamato poi: Ospedale maggiore

Vita missionaria in Libia

Memorie del tempo di guerra

Memoria dell’Impianto in Kenya – Naro Moru

1975: in Sicilia, a Petrosino

Caritas Baby Hospital – Betlemme

22 maggio 1994: Casa Santa Chiara - Padova

 

Con la C.R.I. a Roma … si ripeteva il primo e grande impianto

La C.R.I di Roma, nel lontano 1946, ha chiesto all’Istituto alcune suore per assistere e curare gli ex-combattenti della guerra 1940-45 affetti da T.B.C.

Nell’ottobre dello stesso anno l’Istituto ha risposto alla richiesta con un “drappello” di suore per l’assistenza ammalati e per il buon funzionamento dell’ospedale.

È anche questa una risposta a una emergenza, modalità caratteristica alla famiglia elisabettina.

Siamo partite in nove dalla stazione di Padova; gli addetti alla ferrovia hanno aggiunto un vagone al treno merci in partenza per Roma. Dentro il vagone c’era una sola panca per tre persone, se strette ci potevamo stare in quattro; le altre sedute per terra o sui propri ‘fagotti’. Il viaggio è durato un giorno e una notte. Al mattino di buonora la Provvidenza, che sempre accompagna chi in lei confida, ci ha fatto trovare alla stazione Termini le sorelle elisabettine di Roma che ci hanno accompagnato a destinazione.

La sede del nostro lavoro si trovava in Via di Pineta Sacchetti a Monte Mario. Arrivate abbiamo avuto una aperta accoglienza, ci hanno ospitato in un ampio camerine: per terra c’erano i materassi per noi, qualche cuscino e le coperte, lenzuola e federe non c’erano.

La nostra gioia era piena, anche perché, nel nostro piccolo, si ripeteva il primo e grande impianto.

Dopo tre anni il servizio è terminato. La C.R.I. ci ha premiate con la medaglia d’argento e noi sempre piene di gioia vera e disponibilità siamo passate ad un altro ‘impianto’: la Casa di Cura “E. Morelli” in Via Aurelia dove ci attendeva il ‘ricominciare’, questa volta con le pulizie per prepararsi il nuovo domicilio e la sistemazione dei vari reparti.

Componevano la comunità: suor Teodorina Tamantini, superiora, suor Eulogia…, suor Melania-Linda Casagrande, suor Ermelinda Faccio, suor Rosaberta Carraro, suor Bertina Carepani, suor Lamberta Della Puppa, suor Aggea Frasson e suor Vicenzina Comazzetto.

Suor Aggea Frasson (9 novembre 2003)

 

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Andate in tutto il mondo… Il povero vi insegnerà ad amare

Sono lieta di poter dare il mio contributo raccontando la mia esperienza all’intera Famiglia Elisabettina qui riunita per ricordare e celebrare i 175 anni di fondazione della nostra Famiglia.

Premessa all’impianto elisabettino in Sudan

Per poter capire meglio alcune cose si dovrebbe riprendere la storia passata, quando il Sudan veniva chiamato il “gigante povero” del continente africano. Ritorniamo qui nel recente 1985.

Con la guerra in atto tra Sud e Nord Sudan ogni giorno frotte di rifugiati arrivavano a Khartoum per mettersi in salvo e continuare a vivere.

La Comunità Cattolica era, ed è, una minoranza a Khartoum, non sufficiente a provvedere ai bisogni di tanta gente; così siamo state chiamate anche noi Elisabettine.

L’Arcivescovo mons. Gabriel Zubeir Wako (ora cardinale) come un vero pastore, aiutato da sacerdoti e laici locali, da missionarie e missionari, iniziò a dare vita ad un’accoglienza aperta a tutti: cristiani e animisti che arrivassero dal Sud, organizzando centri di prima accoglienza anche per l’insegnamento cristiano, utilizzando le lingue locali.

Da notare che il Governo sudanese non li accoglieva a causa del colore della pelle e della religione anche se erano Sudanesi. Così erano costretti ad andare a vivere nel deserto. Là improvvisavano capanne e baraccopoli, in pieno deserto, appunto dove mancava ogni cosa: non c’era acqua, né cibo, né cure mediche, né servizi igienici ecc…

Il come del mio personale coinvolgimento

Nel 1984 mi trovavo in Italia per la vacanza ordinaria.

Chiesi a M. Bernardetta, allora Superiora Generale, di rimanere in Italia per sempre dopo 34 anni di servizio in Egitto.

Mi guardò e non mi disse né sì, né no.

Intanto continuava a mandarmi a fare esperienze nuove all’Ospedale di Padova.

In breve, un bel giorno mi chiamò e mi disse: “Ho pensato di mandarti in Sudan assieme a sr Alfonsina Derias e a sr Bertilla Eissa, come responsabile. Che ne dici?”

Rimasi senza parole e perplessa, perché mai avevo pensato e sognato il Sudan?

Le risposi solo:”Mi lasci il tempo per pregare e pensare”:

Per Madre Bernardetta era già deciso e basta; lo capii dal suo comportamento.

Accettai l’obbedienza.

Non posso nascondere la paura che sentivo dentro di me, era come un muro difficile da scalare!

Dopo la mia adesione cominciarono subito le pratiche per poter entrare in Sudan. Anche allora non era facile avere i permessi, perché quel Paese stava chiudendo un capitolo della sua storia: il rovesciamento del regime del Maresciallo Mohamed Nimeyri.

Dopo qualche mese di attesa arrivò il permesso.

Dovetti partire entro pochi giorni altrimenti sarebbe scaduto e si sarebbe dovuto ricominciare tutto da capo. Per le suore egiziane, che sarebbero venute con me, questo problema non c’era.

Ma la casa dove dovevamo abitare non era finita perciò sono dovuta partire da sola.

L’impianto

Erano i primi di maggio del 1985. All’aeroporto di Khartoum mi aspettava il Vicario del Vescovo che mi portò in Nunziatura e dopo una settimana andai nella comunità delle suore comboniane di Omdurman dove rimasi quattro mesi.

È stato duro e difficile questo passaggio, ma provvidenziale.

Ogni giorno le suore mi portavano nei campi profughi, così ho potuto vedere come accoglievano e prodigavano le loro cure. Anche per le suore comboniane questo tipo di servizio era nuovo e era quello che anche noi avremmo dovuto iniziare.

Non si può descrivere in quali condizioni arrivavano i rifugiati: stanchi, nudi, affamati, ammalati, disorientati, senza una guida nel gruppo. Bruscamente li facevano scendere dal camion in mezzo al deserto e basta. Ognuno doveva arrangiarsi.

Ma con che cosa?

La maggioranza erano donne, bambini e vecchi, senza difese e stanchi del lungo viaggio.

Di fronte a un dramma di queste dimensioni avvenne un grande cambiamento dentro di me: non più paura, ma solo una grande voglia di stare accanto a questi fratelli e amarli con il cuore di Cristo.

Il muro era crollato, la nebbia sparita, il ‘sole’ ha cominciato a brillare dentro di me.

Dopo quattro mesi arrivarono le sorelle egiziane. La casa non era finita, ma la si poteva abitare accettando i disagi.

Assieme a P. Mario Castagnetti, comboniano, abbiamo iniziato l’opera tanto preziosa.

Proprio a Banat, in mezzo all’immenso deserto del Sahara, spoglio di tutto, ha avuto inizio il nostro “impianto”: un impianto con gli stessi ideali della madre Fondatrice: “cavare anime dal fango per dare loro il volto di Cristo”.

Anche per sr Alfonsina e sr Bertilla non è stato facile mettersi dentro a una simile missione, soprattutto all’inizio.

Io che avevo fatto l’esperienza con le Suore Comboniane e “ricevuto il dono e la grazia” dentro di me, le sostenevo e le incoraggiavo.

Ogni giorno andavamo nel deserto a visitare quei fratelli che si trovavano in condizioni subumane, privi di tutto: acqua, cibo, medicine, esposti a un sole potente e senza nessun riparo. Cercavamo di essere per loro sorelle e madri, come voleva la nostra Fondatrice.

Passato il primo periodo veramente difficile, traumatico, la nostra comunità ha vissuto con entusiasmo e dedizione, con amore e gioia la nuova missione, tanto da farci esclamare: “Aveva senso lasciare il nostro Paese per venire in Sudan a servizio degli ultimi e dei senza-voce”.

Lodiamo il signore, perché è grande la sua misericordia!

Gli anni passati in Sudan sono stati un’esperienza che mi ha realizzata come persona e come missionaria.

Mi sono trovata davanti a tanti fratelli che vivevano al limite della sopravvivenza, ho sperimentato come un privilegio concessomi dal Signore il potermi mettere al loro servizio, ho visto spesso Dio nei loro volti.

Posso dire di aver ricevuto molto da loro, più di quello che io ho donato:

-       ho imparato ad accogliere tutte le persone ed ad amarle umanamente come sono, nella loro diversità;

-       ho imparato a leggere le situazioni, quelle favorevoli e quelle difficili

-       ho cambiato il mio modo di pregare.

Suor Alberina Martinazzo (9 novembre 2003)

 

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Testimonianzasr Bernardetta Guglielmo

Diciotto anni di vita spesi con tanto amore per la nostra cara Famiglia religiosa.

Che cosa ho sperimentato in questi anni e come li ho vissuti?

Anni arroventati di contestazione e di cambiamenti sia nel campo sociale che ecclesiale e religioso. Sembrava che tutto dovesse cambiare, che niente andasse bene del passato e quindi serpeggiava la richiesta di novità a tutti i costi.

La nostra Famiglia religiosa, in questo contesto culturale e sociale, ha cercato di seguire fedelmente le indicazioni del Concilio Vaticano II e le direttive della Congregazione per la Vita consacrata, cercando di equilibrare sapientemente il nuovo con la sana tradizione della nostra Famiglia.

In questo contesto, a volte convulso e confuso, sono stata chiamata a prestare il servizio di autorità, sempre saggiamente coadiuvata dal Consiglio generale al quale devo tutta la mia riconoscenza per aver sempre condiviso fraternamente gioie e dolori, fatiche e speranze.

Sono stati anni in cui ho sperimentato la presenza tangibile del Signore, al Quale affidavo e confidavo tutte le mie difficoltà e preoccupazioni. A Lui lasciavo fiduciosamente ogni pensiero e problema, perché Lui mi guidasse e intervenisse a tempo opportuno per aiutarmi a discernere le situazioni di vita della Famiglia e delle sorelle. Incaricavo la Vergine Madre e la beata nostra Fondatrice di presentare a Gesù le situazioni e di illuminarmi sulle decisioni da prendere per il bene comune, secondo la SS. Volontà del Padre.

L’unità della Famiglia nella fedeltà al carisma…

I testi costitutivi assegnano alla Superiora generale la missione di essere segno di unità, di fedeltà al carisma proprio della Famiglia elisabettina, di promuovere con l'esempio e con le opere il fine della Famiglia religiosa, di vigilare sul bene di ciascuna sorella e di tutta la Famiglia (Cost. 178, 180).

In un tempo che sembrava congiurare contro l’unità di sentimenti e di vedute, mantenere l’unità e la fedeltà al nostro carisma ha richiesto un lavoro capillare e interventi mirati presso le comunità e le singole suore, avvicinate e formate costantemente sulla Parola di Dio e sugli insegnamenti della nostra beata Madre Fondatrice.

Appartiene a questo tumultuoso tempo degli anni ’70 il decentramento del governo in tre Province, il faticoso inizio di una vita fraterna in comunità di comunione.

Quanta ricchezza spirituale e buona volontà ho riscontrato nelle Sorelle! Soprattutto porto in cuore il loro desiderio di fedeltà al Signore, di fedeltà alla vocazione-missione della nostra terziaria famiglia.

Il contatto diretto con tutte mi ha fatto sperimentare la preziosità di attingere dalla sapienza di vita delle sorelle anziane e malate, dalla vitalità gioiosa e generosa delle più giovani, dall’impegno costante e generoso di quelle di mezza età sulle cui spalle gravava il peso delle attività apostoliche, ed anche dall’incipiente cammino di formazione delle novizie.

Quante volte ho ringraziato il Signore di vivere in una Famiglia sana e santamente impegnata nella vita di consacrazione!

Non sono mancate certo le defezioni e le conseguenti delusioni nei confronti di sorelle, ma anche queste situazioni mi portavano a sentirmi ancor più impegnata a spendermi per una solida formazione umana – cristiana – religiosa e a penetrare nella storia personale e familiare delle sorelle.

e nello slancio apostolico

“Desidero andare con le mie figlie in tutto il mondo! Amore mi possieda, mi faccia operare, mi getti nel mondo qual vento”.

L’ansia del Regno ardeva nel cuore della Madre nostra ed io sentivo che essa ci chiamava “altrove” a estendere il Regno fino ai confini della terra. Ed ecco l’apertura alle missioni ad gentes (Argentina, Kenia, Betlemme, Ecuador, Sudan), sollecitata dalla Chiesa stessa.

Che storia stupenda quella degli inizi! Stupenda per le difficoltà vissute e superate con l’aiuto del Signore e la decisa volontà e generosità delle sorelle che partivano per sconosciuti Paesi e a servizio di tanti fratelli bisognosi.

Ho sempre nel cuore e nella mente le risposte alla chiamata a partire delle prime missionarie, ma anche il sostegno della preghiera delle sorelle, soprattutto malate, che offrivano al Signore le loro suppliche e sofferenze per chi partiva.

Chiamate alla comunione nella Chiesa

Sono anche tanto riconoscente al Signore per avermi dato l’occasione di accostare, conoscere tante Famiglie religiose, tante realtà ecclesiali, di aver avuto stretti rapporti di amicizia e collaborazione con i Vescovi, con il clero e con tanti laici delle Chiese locali dove eravamo, con l’USMI (Unione Superiore Maggiori Italiane) nazionale e del Triveneto, con cui abbiamo camminato in sintonia con le direttive della Chiesa.

Ringrazio il Signore di aver fatto e di fare ancora un tratto di cammino insieme, per essere davvero autentiche suore terziarie francescane elisabettine, come ci ha sognato la nostra Madre Elisabetta.

M. Bernardetta Guglielmo

XI superiora generale, 1969- 1987

(9 novembre 2003)

 

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Trieste – Ospedale Regina Elena, chiamato poi: Ospedale maggiore

Sorelle anziane raccontavano…

Il Vescovo di Trieste e Capodistria aveva ottenuto con molta difficoltà dall’Amministrazione che nell’Ospedale fossero presenti le suore elisabettine. Già da qualche anno esse operavano in Diocesi, nell’Ospedale di S. Maria Maddalena di Trieste e a Capodistria in un Istituto per minori.

Una piccola comunità, guidata dalla superiora suor Costanzina Milani, arrivò a Trieste nel 1927; il direttore sanitario nell’accoglierla disse:

io non vi volevo, ma già che ci siete, restateci; vostra è la cucina e la lavanderia.

La fede, uno spirito di umiltà e di abnegazione non comuni aiutarono quelle prime sorelle ad introdursi in un ambiente particolarmente ‘laico’ e a sentirsi come ‘missionarie’.

Il fatto poi che la loro abitazione fosse collocata parte in soffitta e parte nel seminterrato le faceva sentire in linea con le origini della famiglia elisabettina; scherzosamente dicevano: siamo nate in soffitta e con gioia continuiamo a viverci!

In breve tempo si fecero molto apprezzare.

Qualche anno dopo fu istituita la Scuola per Infermieri Professionali e le suore cominciarono a qualificarsi come infermiere caposala e gradatamente poterono essere accanto ai malati in circa metà dei reparti dell’Ospedale, nelle sale operatorie e negli ambulatori.

Favorita da sempre nuovi ‘virgulti’, la comunità esprimeva spirito apostolico e gioiosa vitalità nel servizio infermieristico ed era impegnata a collaborare con le ‘suore laiche’ (infermiere professionali che volevano essere chiamate così per distinguersi dalle infermiere generiche e dalle ausiliarie) presenti negli altri reparti e servizi dell’Ospedale.

Suor Silvestra Grego (30 0ttobre 2003)

  

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“Subito dopo l’ultima guerra, fui mandata come infermiera all’Ospedale di Trieste, in una ‘prima medica’; il reparto era destinato alle ammalate di TBC

Vi erano ricoverate ragazze e giovani spose che provenivano dall’Istria che, essendo zona A, era passata alla Jugoslavia. La gran parte versava in gravi condizioni: erano pochissime quelle che guarivano!

Queste giovani, già sottoposte ad un pesante carico di sofferenza fisica, erano private del conforto dei familiari che non potevano passare in Italia, e questo costituiva per loro un dolore inconsolabile.

Io, giovane suora di 25 anni, ero il loro unico riferimento affettivo ed esse riversavano su di me tutte le loro confidenze, le loro angosce e il dolore per sentirsi sfuggire la vita lontano dall’affetto dei loro cari. Sentivo che ero chiamata a sostituire i loro familiari! Avrei voluto dare a quelle giovani salute, vita e tanto amore: quanto era giusto avere alla loro giovane età!

Vegliare, essere loro vicina nell’inutile attesa di qualche parente, raccogliere le ultime parole, chiudere loro gli occhi…. Chiedevo troppo al mio cuore: credevo si spezzasse!

Quelle giovani mi desideravano sempre vicina, cercavano il mio sguardo, il mio sorriso. L’ultimo loro guardo e l’ultima parola erano rivolti alla suora: salutami la mamma, i miei genitori, i miei fratelli…

Una giovane sposa, vicina alla morte, levandosi l’anello matrimoniale, mi disse: dallo a mio marito, digli che gli ho voluto tanto bene.

Ora, a distanza di anni, posso dire che quella breve esperienza, a contatto con tanta sofferenza, ha segnato la mia vita e ringrazio il Signore che ha reso sensibile il mio cuore di fronte a ogni sofferenza umana.

Suor Silveria Baggio (29 ottobre 2003)

 

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Nel 1954 mi trovavo all’Ospedale Civile “Regina Elena” di Trieste come infermiera professionale specializzata in analisi di laboratorio.

Un mattino andai a prelevare il sangue ad uno dei due pazienti gravi che si erano rivelati contrari a tutto ciò che è cristiano ed erano perciò lontani dai sacramenti.

Mentre effettuavo il prelievo ad uno dei due, con profonda convinzione gli parlai dell’amore con il quale Gesù ama ognuno di noi al di là dei peccati che abbiamo potuto commettere. Gli dissi che sicuramente Gesù l’avrebbe perdonato se, in cuor suo, provava il dispiacere di averlo offeso; gli dissi che egli ci vuole tutti salvi, purché lo vogliamo; infatti siamo liberi…

Dopo un po’ l’ammalato mi disse: allora mi chiami il sacerdote!

L’altro paziente, che aveva ascoltato il dialogo mi disse: suora, posso fare anch’io quanto ha fatto lui?

Ma certo, risposi, Gesù ama tutti di un amore sconfinato.

Dopo pochi giorni i due pazienti sono morti riconciliati.

I loro familiari sono stati confortati dalla cosa ed io ho provato una gioia profonda per aver sperimentato il grande amore del Signore che si china sui peccatori con la sua infinita misericordia.

Suor Annalberta De Paoli (29 ottobre 2003)

 

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Vita missionaria in Libia

Il 1936 segnò per il nostro Istituto la continuazione del cammino intrapreso l’anno precedente ossia l’espansione missionaria: le prime quattro figlie di Madre Elisabetta approdarono in Libia, terra conquistata dall’Italia fin dal 1911.

L’orfanotrofio “Sofia Badoglio” a Tripoli fu il loro primo campo di lavoro.

Nel 1939 la presenza delle suore fu richiesta all’ospedale militare-governativo di Misurata dove, con il servizio infermieristico, avvicinavano i giovani feriti con cuore di madre: per i nostri soldati lontani dalla patria e dalla famiglia, nella impossibilità di dare notizie, le suore furono sicurezza, aiuto, conforto.

Ben presto il numero delle sorelle cominciò ad aumentare: dalla comunità di Roma due vennero in aiuto a quelle che già operavano in Libia. Nel 1944 le troviamo ad accogliere bambini di diverse nazionalità e religioni nell’asilo intitolato a Elisabetta Vendramini a Misurata, quasi a mettere loro stesse e i bambini sotto la protezione della madre Fondatrice. Nel 1947 si apre una nuova possibilità di esprimere il carisma elisabettino: la cura degli anziani a Fesclum, periferia di Tripoli, in una villa ristrutturata. Sempre, ma soprattutto all’inizio delle nuove opere, la Chiesa di Tripoli, attraverso i padri francescani della provincia lombarda, ci fu di aiuto.

Finita e perduta la guerra, l’Istituto ha la possibilità di inviare nuove forze.

E venne il giorno anche per me: a 21 anni, con la preparazione di 20 giorni!, ignara della lingua straniera e di tanto altro, con la benedizione del Santo Padre Pio XII salpai… e lì, sulla nave piansi tutte le lacrime trattenute durante la cerimonia di saluto: la consegna del crocifisso, grande e nero, nella chiesa del Corpus Domini, l’esortazione di monsignor Giuseppe Pretto, Vicario generale della diocesi di Padova, il bacio del piede che allora si faceva davanti alla grotta nel cortile di casa madre.

Sola, nel silenzio del mar Mediterraneo in un notes ho fissato il mio diario di bordo, i tanti perché che avevo in cuore.

L’Africa fin dall’inizio mi affascinò: il deserto - terra dei forti - il cielo tersissimo di giorno, le costellazioni di notte e tutte le occasioni per essere proprio buona samaritana.

La missionaria si arrangia in tutto: è donna, madre, catechista, infermiera, insegnante.

Nel febbraio del 1970 il Governo italiano ha riconosciuto il prezioso lavoro educativo delle suore che operavano nelle oasi del deserto conferendo a tre di esse il titolo di cavaliere della Repubblica: quel giorno ho goduto moltissimo perché rappresentavo la mia famiglia e mi sentivo fiera di essere elisabettina.

Ma nel 1969 il colpo di stato fece cadere la monarchia di re Idris e il potere fu assunto dal colonnello Gheddafi.

Fu un anno di grandi prove: la vita era incerta, scarseggiavano i viveri e l’acqua; ci si chiedeva: ci saremo questa sera? Domani faremo scuola?

La continua sorveglianza della polizia locale incuteva paura, da un momento all’altro potevamo cadere nelle loro mani, ma nessuna segnò con il martirio la fine della nostra vita missionaria in Libia perché il Signore aveva altri progetti su ciascuna di noi.

Nel settembre del 1970, a pochi giorni di distanza, tutte le trentacinque suore, perché italiane, con nave o in aereo hanno lasciato per sempre quella terra e la gente povera e bisognosa. Le nostre lacrime si sono confuse con le loro.

Siamo partite dopo aver chiuso la nostra chiesa, anzi, con le nostre mani e con il cuore stretto e angosciato, seguendo la direttiva del Vescovo abbiamo distrutto i segni della pietà cristiana. Il tabernacolo ha subito la stessa fine dopo esserci comunicate con l’ultima ostia consacrata divisa in tre parti - la nostra comunità di Dafnia era di tre suore.

Una vita breve quella della nostra missione in Libia, ma ricca, preziosa davanti a Dio e ai fratelli perché il nostro linguaggio parlava solo di amore, di compassione, la nostra opera era disinteressata: tutte a tutti con il massimo rispetto per la persona, la nazionalità, la religione.

L’Internunzio apostolico mandato dal santo Padre per consolare la chiesa di Tripoli, per prime incontrò due suore elisabettine (suor Astelia Stefani ed io, suor Luisa) ed esclamò: al mio ritorno dirò al Papa di aver incontrato la letizia francescana.

Posso affermare che il periodo 1969–1970, che sembrava non terminare mai per le prove che l’hanno caratterizzato, è stato e continua ad essere il periodo più bello della mia vita perché mi sentivo libera, abbandonata solo in Lui, il mio tutto.

Possa la nostra testimonianza parlare agli uomini di questo tempo e contagiarli di un amore tenero e gratuito.

Suor Luisa Pacchin (22 ottobre 2003)

 

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Memorie del tempo di guerra

Durante il conflitto mondiale 1939/45 mi trovavo a Garda.

La comunità era composta da cinque suore: suor Giovanna Dalle Ave, superiora, suor Fabiola Pertile, suor Antonietta Marchi, suor Raffaella Testa ed io, suor Gina Beltramello.

Durante i primi anni di guerra sia il paese che noi suore non abbiamo sofferto alcuna conseguenza.

L’otto settembre del 1943 ci fu l’armistizio, ma la gioia durò poco perché il mattino seguente ci trovammo circondate dai tedeschi che si stabilirono con camion, armi e quanto possedevano nel cortile della scuola materna. Iniziarono le incursioni e i nostri bambini non erano più sicuri così abbiamo cercato alloggio in campagna: una sala per i bambini, una cucina che serviva a loro e a noi, una stanza per le suore lontana 200m dalla ‘sala’.

La stanza per dormire era composta da un letto matrimoniale in cui dormivano tre suore, un divano e una rete ai piedi del letto grande. Tutte eravamo serene e contente, ognuna cercava di alleggerire le difficoltà dell'altra non facendo mai sentire il disagio e il peso per la mancanza di quasi tutto, si può dire.

Si deve mettere in risalto che, oltre alle difficoltà della guerra, suor Fabiola si era aggravata a causa di un’ulcera e dovette rimanere a letto bisognosa di assistenza: questo compito fu assegnato a me anche perché la scuola di lavoro era temporaneamente sospesa. Il disagio era dovuto soprattutto alla distanza cucina-casa suore, 200m: ma allora le gambe erano buone e così anche il cuore! Ci volevamo bene, eravamo pronte a sacrificare anche il poco che avevamo perché non mancasse nulla alla sorella ammalata che già soffriva molto.

Alcuni giorni prima della fine della guerra il Signore ci chiese un altro sacrificio.

Il padrone della casa nella quale eravamo ospiti andò a Garda per delle spese; i tedeschi lo ritennero una spia, lo condussero lungo il lago e, nonostante le sue suppliche, lo fucilarono e lo gettarono in acqua. Allora cominciarono le perquisizioni nelle case e monsignor Segantini, dal momento che i tedeschi continuavano ad andare in canonica con nuove domande ed esigevano tante spiegazioni, si vide in pericolo lui stesso, chiuse la chiesa e, levatosi la veste, si allontanò nascondendosi in una famiglia. Non si dimenticò però di noi e mandò un uomo ad avvertirci di lasciare la casa chiedendoci di dividerci una per famiglia da lui preavvisata. Messo un materasso su un carretto vi adagiammo la nostra cara ammalata e noi quattro pellegrine chi tirando, chi spingendo, attraverso campi giungemmo a destinazione.

Che sofferenza provammo nel dividerci. Nelle famiglie rimanemmo fino all’arrivo degli americani che misero in fuga i tedeschi.

Ritornate nella nostra casa iniziammo un’altra opera di misericordia e di squisita carità, demmo inizio a un posto di ristoro per i prigionieri che tornavano dalla Germania.

I primi soldati che accogliemmo tornavano a piedi dai campi di concentramento; erano stanchi, sfiniti dalla prigionia e dal lungo viaggio. I loro piedi sanguinavano perciò iniziai a fare anche l’infermiera lavando, medicando piaghe e ferite.

Nella nostra comunità oltre che incontrare cuori aperti che accoglievano e consigliavano trovavano cibo, riposo, vestiario. L’accoglienza era aperta di giorno e di notte e noi eravamo sempre disponibili, non sentivamo la stanchezza tanta era la gioia di poter aiutare, confortare e consolare. In ogni fratello vedevamo il volto sfigurato di Cristo che tendeva la mano per trovare forza, aiuto, sicurezza. In questa grande opera siamo state aiutate da tanti giovani e famiglie del paese che davano non soltanto il tempo ma generi di ogni sorta.

Nella mia lunga vita religiosa ho sempre ringraziato il Signore per il Suo Amore, il Suo aiuto, la Sua misericordia.

Suor Gina Beltramello (23 ottobre 2003)

 

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Memoria dell’Impianto in Kenya – Naro Moru

sr Rita BergaminFui inviata in Kenya come missionaria insieme a suor Maristella Contin e suor Dositea Matteazzi.

Arrivammo all’aeroporto di Nairobi di primo mattino il 16 settembre 1972 e verso mezzogiorno giungemmo a Naro Moru, grosso villaggio della provincia di Nyeri alle falde del monte Kenya. Immediatamente ci trovammo in un mondo totalmente altro, dall’immaginario alla realtà: lingua sconosciuta, cultura veramente distante da quella europea, clima e altitudine diversi con cui fare confidenza. L’accoglienza fu calorosa, ovunque; la gente ringraziava perché avevamo scelto di andare a vivere con loro, ringraziava la famiglia religiosa e la famiglia naturale di ciascuna di noi.

Suor Maristella, essendo infermiera, aveva già il dispensario che l’attendeva; era stata specificatamente chiesta per curare in modo qualificato gli ammalati. L’inserimento di suor Dositea e mio nella pastorale, orientata alla promozione umana e della donna, è stata più graduale.

L’inizio di un’opera chiede, ovunque e sempre, molta pazienza e spirito di fede, ma quando alle normali difficoltà si aggiunge la fatica di imparare la lingua e di discernere quale necessità è prioritaria fra le tante che si presentano la capacità di pazientare e di affidarsi al Signore sono veramente grandi.

Apprensioni, incertezze, paura di non farcela, di non essere le persone adatte hanno accompagnato l’impianto kenyano; anche la malattia, grave, ha segnato questo inizio e nello stesso tempo l’ha impreziosito perché è stata motivo di offerta generosa, e fino alla fine, di suor Dositea e di suor Maristella alle quali dobbiamo molto.

La sapienza di Dio ci ha accompagnato; nella nostra semplicità abbiamo saputo vedere i bisogni della gente e si siamo fatte promotrici di un’opera che, se non fosse troppo profano, potremmo definire ‘fiore all’occhiello’ della presenza elisabettina in Kenya: l’ideazione e la realizzazione del Centro per disabili. Iniziato con il sostegno particolare della Diocesi di Concordia-Pordenone come tutta la nostra prima presenza nel Paese africano, eravamo partite con sacerdoti fidei donum di quella Diocesi, ora continua ad essere gestito con qualità dalle nostre sorelle, essendo la parrocchia passata al clero locale. Esse hanno tessuto una rete di aiuti a sostegno dell’opera coinvolgendo parenti e amici italiani e non e suscitando la partecipazione dei laici locali: vera opera di promozione.

La missione elisabettina di Naro Moru oggi offre, accanto al Centro per disabili, un qualificato servizio medico: il dispensario di suor Maristella è diventato un poliambulatorio che ha un dependace per accogliere e collaborare a un progetto governativo di cura dell’AIDS e il servizio pastorale di catechesi nelle varie scuole e nei ‘centri’.

Il primo ‘impianto’, genuinamente evangelico, ha messo i suoi germogli; l’amore operativo di Elisabetta e delle sue figlie, attinto al cuore di Dio, è stato davvero diffusivo.

Suor Rita Bergamin (5 novembre 2003)

 

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1975: in Sicilia, a Petrosino

Dopo circa trent’anni in assistenza a minori di età scolare d’ambo i sessi, fui destinata ad una parrocchia. Quando ormai pensavo irraggiungibile il mio ideale giovanile… fu una telefonata inaspettata che mi trasferì in una parrocchia lontana della quale non avevo mai sentito parlare…: “Madre, lo sa che sono qui da soli 3 anni e di cambi ne ho fatti fin troppi?”

“Sì lo so, ho chiesto a parecchie ma non si sentono di andare così lontane, in Sicilia; dai, accetta anche questo sacrificio, devo formare una piccola comunità, là ci sono già due sorelle”.

Qualche giorno dopo di mattina presto ero già in treno per Palermo, un altro mi portò a Petrosino (nemmeno il controllore a Padova sapeva dov’era questo posto!); arrivai verso mezzanotte e alla stazione due suore mi aspettavano.

Salimmo in una vecchia cinquecento e dopo poco arrivammo non so dove, perché era buio pesto.

Accesero una luce ed entrammo in una stanza a piano terra, vidi anche un cucinino dove mi offrirono una cenetta, poche parole e poi … a letto.

Salimmo per una scaletta incerta ed entrai in una stanza con tre letti, uno accanto all’altro. Una aspettava che si coricasse l’altra. Il servizio igienico fuori della porta in un terrazzino all’aperto dove ognuna pure si vestiva e spogliava.

Non so se tutte ora lo sanno: questo paese si trova all’ultimo lembo di terra siciliana poco lontano dallo sbarco di Giuseppe Garibaldi con la sua spedizione dei Mille.

Il mattino dopo, con serenità, ci raccontammo tante cose, una sorella era infermiera e l’altra insegnante di religione.

Il primo giorno mi fecero fare un giretto per il centro del paese e nel vicinato.

Non ho incontrato nessuno: case tutte chiuse, un paese “morto”; “ma dov’è la gente, qui?” Gli uomini tutti in campagna dalle prime ore del mattino, le donne chiuse in casa, i bambini a scuola.

Le case erano ad un solo piano, poche ne avevano un secondo, più lontano un ovile; anche la chiesa era chiusa.

Dopo qualche giorno di orientamento andammo insieme dal parroco per un programma pastorale; egli aveva invitato per questo il vicario diocesano, tutt’altro tipo, che ci conosceva attraverso le sorelle già operanti a Gibellina. Il risultato di questo incontro cordialissimo fu che: una continuava a insegnare religione nella scuola media, una nella scuola elementare, l’infermiera visitava ammalati e anziani; tutte e tre saremmo state impegnate nella catechesi parrocchiale.

Il paese era costituito dal centro e da quattro contrade: San Giuseppe, Cafiso, San Giuliano, Santa Venere. La chiesa parrocchiale era vicina ma le contrade distavano qualche chilometro. Per raggiungerle le due sorelle si servivano della cinquecento, ma io come portarmi qua e là?

Problema serio per il parroco che interessò alcuni capi famiglia vicini alla chiesa.

Il paese confinava con il mare, quindi era molto ventilato e sconsigliarono la bicicletta dicendo: "Povera suora ritornerebbe sfinita!”. Un bel giorno ci consegnarono un “CIAO” nuovo, per la suora che non era autista.

Senza esitazioni e commenti, con le sorelle cominciai a studiarlo e a vedere come usarlo; per grazia capii subito, anche se da quando partii da casa non avevo più preso in mano una bici.

Feci un breve giro davanti alla nostra casa e poi sentendomi sicura spiccai il volo, mi sembrava di sognare. Ritornai in sella dopo un quarto d’ora soddisfatta, trovando le sorelle un po’ preoccupate.

Da quel momento CIAO divenne il mio sostegno e compagno di lavoro apostolico.

Noi tre sorelle vivevamo con zelo, con la gioia di cominciare il nostro servizio e di poter finalmente avvicinare e conoscere persone, usi e costumi.

Quando si trattò di iniziare il catechismo - cinque classi per ogni zona vicina o lontana - fu veramente un problema. In centro ci si serviva della chiesa e di un locale chiuso da tempo; per la zona San Giuseppe, che comprendeva anche zona Cafiso, ci si serviva della chiesetta e della sacrestia, a Santa Venere facevamo catechismo nella stanza del circolo comunista, a San Giuliano in una cantina abbandonata.

Ogni giorno la classe di turno ci attendeva e ci veniva incontro.

Per le panchine e le sedie ci pensavano i vicini.

E i giovani? Gli anziani? Le famiglie?

Un vero dilemma che alimentava in noi l’impegno a comprendere usi, costumi e vecchie tradizioni: molte le vedove sempre vestite di nero e sempre in casa; gli uomini, agricoltori o pescatori, al lavoro dal mattino alla sera.

Il padre e marito era veramente il capofamiglia: riverenza, rispetto e obbedienza.

Per poter rispondere meglio a queste esigenze pensammo, sempre in accordo con il parroco, di invitare sacerdoti provenienti da Istituti di Roma, altri di nostra conoscenza e religiosi francescani di Palermo; pernottavano in canonica e soggiornavano da noi così si programmava il lavoro insieme.

Fu un’ottima “pensata”.

Li tenevamo impegnati tutto il giorno: mattino e sera in parrocchia e il resto della giornata in giro per le contrade. Queste iniziative erano pensate per i tempi forti di Natale e Pasqua.

Petrosino non aveva campane, solamente una piccola per i defunti e così pensammo di procurare le campane a disco come “svegliarino” domenicale; in chiesa non esistevano i libretti per i canti così ci procurammo un vecchio ciclostile e lavorando anche di notte potemmo avere la santa messa domenicale più vivace: cantata e suonata.

Dopo circa due anni il parroco ci consegnò una casetta nuova, tutta per noi: quattro stanzette ed una cucina, al piano terra gli ambienti parrocchiali.

Due volte mi hanno rubato il motorino: la prima volta è ritornato grazie alle preghiere del parroco, la seconda non tornò più, per averne un altro ci pensò una mano generosa.

Per conoscere e avvicinare i giovani organizzavamo uscite nelle città e nei paesi vicini, le ragazze le impegnavamo con brevi recite, canti e uscite al mare.

Nei mesi di vacanza buona parte delle famiglie si trasferiva in zona mare, perciò noi accompagnavamo ogni sabato il parroco per la santa messa

Dopo qualche anno ci accorgemmo della nostra povertà in mezzo a tanto lavoro e sentimmo la necessità di arricchirci di formazione religiosa, .così tutte e tre ci iscrivemmo ai vari corsi di teologia che si tenevano a Mazara del Vallo.

Abbiamo organizzato il nostro lavoro apostolico in modo di poter avere per noi due pomeriggi ogni settimana. Con la nostra costante partecipazione dopo quattro anni potemmo ritirare il diploma.

A cinquanta chilometri da noi, a Gibellina, operavano le nostre sorelle in una baracca come tutte le famiglie terremotate; ogni tanto la domenica pomeriggio ci incontravamo con loro: erano incontri gioiosi, profondamente fraterni, ricchi di scambi spirituali e culturali e si rientrava a notte tarda sempre più animate e felici.

Sono solo alcuni cenni di una storia che forse assomiglia ad altre storie; l’ho condivisa volentieri…

Suor Flavia Gasparini (5 novembre 2003)

 

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Caritas Baby Hospital – Betlemme

Il Caritas Baby Hospital di Betlemme è stato fondato nel 1952 da Ernesto Schnydrig, sacerdote svizzero.

Da principio la struttura pediatrica, due povere stanze, raccoglieva un numero limitato di bambini, tanto ammalati. Dopo qualche tempo ci fu un primo trasferimento in ambiente dove potevano essere curati 35 bambini e 5 prematuri. Volontari, locali e svizzeri, hanno prestato la loro opera e, per un certo periodo, 4 suore svizzere di Santa Croce.

Come questo sacerdote ha conosciuto la nostra Congregazione? Noi lavoravamo alla Caritas a Giza–Egitto, un’opera medico-sociale appena nata che aveva bisogno di fondi per il suo sviluppo. La Caritas svizzera vi contribuiva e così padre Schnydrig chiese l’indirizzo del nostro Istituto: desiderava incontrare la Madre generale, suor Bernardetta Guglielmo, per invitare le elisabettine a Betlemme.

Nel maggio del 1975 vi arrivarono le prime suore: suor Emidia Lionello, suor Michelina Paludet, suor Gemma Imparato, suor Marialena Faccio, in seguito suor Ruggera Sartor. Nel maggio del 1976 Suor Emidia ritornò in Italia ed io, dopo trent’anni di Egitto, sono passata a Betlemme per una nuova esperienza.

Intanto la costruzione del nuovo ospedale era quasi terminata: si doveva pensare alla sua organizzazione. Sono stata in Svizzera per sei settimane per completare la mia preparazione in alcuni ospedali di diversi Cantoni e per procurare il materiale necessario.

La struttura era pronta contava 75 lettini, 12 culle, 6 culle termostatiche, laboratorio, ambulatorio, gabinetto radiologico, scuola per infermiere pediatriche, scuola per le mamme.

Il 30 maggio 1978 c’è stato il trasferimento dei bambini e il 13 giugno l’inaugurazione.

È tradizione in oriente, quando si inaugura una casa nuova, sgozzare un agnello e con il sangue segnare una croce su tutti i muri della casa. Compiuto questo atto ha avuto inizio la concelebrazione eucaristica presieduta dal Patriarca latino monsignor Beltritti.

Qualche mese prima del passaggio nell’ospedale nuovo la comunità si è arricchita di altre presenze: suor Piarenata Fantin, suor Adelia Scarabello, suor Elisanna Marcato, suor Innocenza Garbuzzi che, in seguito a un tumore al pancreas, in un mese ci ha lasciato: era il 1981; al suo posto è arrivata suor Ileana Benetello. L’ospedale funzionava a pieno ritmo raggiungendo anche 95 presenze.

In seguito sono venute suor Dalisa Galeazzo per l’asilo nido dei bambini del nostro personale e suor Clara Nardo per avviare il lavoro sociale nei villaggi: ambulatorio, maternità, cucito. Un gruppo formato da un medico, un assistente sociale e una infermiera due volte la settimana, di buon mattino, si recava in tre villaggi. Ad essi si associava suor Ileana, che aveva frequentato per due anni la scuola araba di ostetricia, per seguire, ascoltare, consigliare le donne in gravidanza.

Al personale locale operante in ospedale si sono quasi sempre affiancati infermiere e medici europei, svizzeri e tedeschi, con un contratto normalmente triennale. Il loro inserimento non è sempre stato facile.

Ricordo che i palestinesi ci affidavano fiduciosi i loro bambini che riuscivamo a ‘risuscitare’! il rapporto di lavoro con medici e il personale era buono. All’inizio abbiamo sperimentato diffidenza nei nostri confronti da parte degli svizzeri che non ci ritenevano capaci di organizzare e dirigere quanto era di nostra pertinenza; sì, per alcuni anni abbiamo sofferto molto!

La preghiera, la testimonianza, il sacrificio, l’amore all’Istituto e ai bambini tanto sofferenti ci hanno dato la capacità di affrontare molti problemi e sacrifici.

Personalmente, come missionaria, è sempre stato mio ideale lavorare per i poveri, lenire le sofferenze soprattutto degli innocenti. Ancora oggi gioisco della mia esperienza missionaria sia in Egitto che a Betlemme, il mio entusiasmo non è venuto meno.

Oggi faccio la missionaria con la preghiera, l’offerta di sacrifici e sofferenze.

Suor Ippolita Cattaruzza (25 ottobre 2003)

 

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22 maggio 1994: Casa Santa Chiara - Padova

L’impianto

Ogni storia è il dipanarsi di un sogno diventato realtà attraverso una persona che si è fatta grembo e annuncio.

Elisabetta Vendramini con tenacia ha saputo dare forma ad un sogno: riconoscere nell’uomo il “figlio prediletto del Padre” e su di lui chinarsi come sorella, madre e … lascia a noi una eredità.

Eredità che abbiamo accolto e a cui abbiamo voluto dare forma in un tempo di grazia particolare per la nostra storia di famiglia.

E’ il 1990. Nel bicentenario della nascita, la Chiesa proclama Elisabetta Vendramini beata, in S. Pietro, a Roma il 4 novembre.

In questo clima ha origine Casa Santa Chiara.

La famiglia religiosa, guidata da M. Francapia Ceccotto e dal suo Consiglio, vuole porre un segno di gratitudine, di riconoscenza, di lode a Dio per il dono della beatificazione.

Un segno che riporti nello spirito, ma anche nelle forme, alle origine della fondazione della famiglia, agli inizi, alla modalità specifica di Elisabetta di amare l’uomo devastato nella sua dignità per farlo risplendere della gloria dei “figli prediletti”.

La fine degli anni ’80 ha visto l’opinione pubblica scossa profondamente per il diffondersi dell’AIDS. La malattia, inizialmente diffusa soprattutto tra omosessuali o tossicodipendenti, per la drammaticità del percorso di distruzione fisica creava attorno alle persone colpite un alone di paura, di pregiudizio, di rifiuto, di abbandono, così da renderle simili ai reietti della società di ogni tempo.

Anche in Italia, anche a Padova, l’emergenza AIDS in quegli anni è un problema scottante.

Nel novembre del 1990, nel corso dell’omelia di una celebrazione per festeggiare la beatificazione di M. Elisabetta, il vescovo di Padova, Mons. Antonio Mattiazzo, ci ricorda la fedeltà alle origini: “dovete essere un fuoco di carità che incendia il mondo tutto… tocca a voi elisabettine”.

Somigliare a Elisabetta, è questo il segno di gratitudine più grande.

Così nello stesso rione tra via S. Giovanni di Verdara e via degli Sbirri, che ora prende il nome di Elisabetta Vendramini, la Famiglia decide di accogliere in casa propria i malati di Aids.

Gli ultimi, quelli che muoiono soli e abbandonati spesso anche dai genitori, dai fratelli, dai figli, diventano figli nostri… l’immagine di Dio deve tornare a risplendere in loro: dentro la borsa inzaccherata di fango noi sappiamo esserci un tesoro.

Per l’accoglienza - il nuovo impianto - viene scelta la casa dove risiede la comunità del Postulato intitolata a s. Chiara.

Verso la fine del 1993 la casa è pronta. Ne risulta un’originale “bifamiliare”: da un lato, in via Vendramini, continua ad essere sede del Postulato, dall’altro, in via S. Giovanni di Verdara, Casa alloggio per i malati di Aids.

Nel pomeriggio del 22 maggio 1994, Casa Santa Chiara apre le porte all’accoglienza di Mauro e Renato, i primi due malati.

Suor Oraziana Cisilino, responsabile della casa, sr Daria Gaspardo, sr Fulgenzia Zanovello e sr Ketty Mercati sono le prime suore che si avventurano in questa esperienza di amore e di carità, sostituite poi da sr Daria Gaspardo, come responsabile, con sr Enrica Martello e sr Evelia Baro.

L’8 settembre del 1997 ha inizio il servizio di Assistenza Domiciliare ai malati di AIDS.

Le prospettive di vita che i farmaci riescono a garantire fanno pensare a una ulteriore apertura: nel 2000 viene offerto ai malati che hanno ritrovato una salute e un equilibrio personale sufficienti la possibilità di rientrare nei circuiti sociali della normalità. In collaborazione con il Comune di Padova, viene aperto, il 4 agosto, un appartamento, luogo per una vita autonoma nel “dopo-Casa S. Chiara”.

 

Le storie

Questa la storia per cenni. Ma sono le storie vissute, i rapporti intessuti, le persone, a fare di Casa S. Chiara il luogo “santo”, capace di contenere e mostrare la presenza e l’opera di Dio.

Ricordo Michele. Quando arriva a Casa Santa Chiara ha una situazione clinica molto compromessa. Una neuropatia gli ha tolto la possibilità di usare le gambe e un braccio. Lui ha un’esperienza lunga di tossicodipendenza anche se ha solo trent’anni. Quando arriva in Casa S. Chiara dall’ospedale è molto cattivo, scontroso, niente gli va bene, ed è faticoso stargli vicino sia da parte degli operatori, sia da parte degli altri ragazzi malati.

La sua rabbia, contro tutti e tutto, è un chiaro segnale della profonda esigenza di essere accettato, amato, e dell’angoscia per la malattia che progredisce: “Ma quando riprenderò a camminare? Perché vomito sempre? Perché queste gambe mi fanno male? ...devo mangiare, devo nutrirmi per avere forza... io ero molto forte!”.

Come équipe operativa cerchiamo di individuare il problema. E’ necessario aiutare Michele a esprimere i sentimenti, a dare parola alla paura e all’angoscia. Così la sera prima di dormire passo dalla sua stanza: il buio e la notte fanno paura. Lo stare accanto stringendo le mani crea una sintonia quasi immediata: un malato di AIDS vede nel degrado del proprio corpo la causa del suo isolamento; sentirsi avvicinato, accarezzato è ricevere un segno silenzioso di accoglienza, di accettazione incondizionata di tutta la persona: del corpo che va disfacendosi, della storia personale che si porta dentro, con gli errori, i peccati, i rifiuti, le violenze fatte e subite.

E così, la sera, è Michele che inizia:

- Suora, diciamo le preghiere? Un’Ave Maria?

- Sì, comincia tu, dai, insieme...

- Ave Maria... prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte.

- E’ brutta questa preghiera, la finale è brutta.

- Perché parla della morte?

- Sì.

- Hai paura?

- Sì... e poi sono cattivo, ho fatto tanti errori, ho fatto soffrire i miei, chi mi voleva bene... sono cattivo. Io vorrei essere buono. Ho bisogno di stare con gli altri ma poi rispondo male, e sono da solo... ho male alle gambe.

Di giorno in giorno Michele è meno teso. Da qualche tempo è diventato più buono, non è più così reattivo, accetta di stare con gli altri, ne ricerca la compagnia. La sera, prima di dormire mi aspetta. Parliamo di tutto, delle angosce, del suo fisico che peggiora; prima faticava molto a prendere sonno, trascorreva notti inquiete. Adesso sempre più velocemente si addormenta e non ha incubi. Non serve più che rimanga a lungo con lui.

Michele si aggrava. Non riesce più a comunicare verbalmente. Per un giorno e mezzo è la mano, che stringe ancora, il segno attraverso cui dice che è ancora vivo. E non è solo: c’è tutta la sua famiglia con lui. Gli diciamo che gli vogliamo bene con le parole, con il contatto, con la presenza.

Michele è stanco di patire, è sfigurato e muore. Ci lascia il mistero della sua presenza, la sua ricerca, la sua angoscia e tutto il cammino, semplice e intenso di riconciliazione con la vita, con la propria storia, con se stesso, con Dio. Michele è stato a Casa Santa Chiara neanche due mesi. Sono stati sufficienti perché risplenda in lui l’immagine del “figlio prediletto”.

Beatrice arriva da noi con tanta paura; le persone che la circondavano l’hanno abbandonata, non si fanno più presenti. Nessuno le ha spiegato qual è la sua malattia così cerchiamo di farle capire che è malata di AIDS. “AIDS? Com’è possibile?”. La nostra presenza si fa sostegno, comprensione.

Beatrice, madre di tre figli, è africana! Le condizioni fisiche sono precarie e la malattia sembra vincere sulla vita. Beatrice lotta con tutta se stessa, reagisce, vuole vincere e si riprende. Chiede di tornare in Africa per vedere i suoi figli. Ha l’autorizzazione del medico e il suo sogno si realizza. Prima di partire si inginocchia, raccoglie dal nostro giardino un pugno di terra. Le chiediamo il perché di questo gesto e ci risponde: “Questa terra la voglio portare con me, nel mio paese, perché mi ha ridato la vita.”

Essere elisabettina oggi, dentro Casa Santa Chiara, mi fa assapora la bellezza di sentirmi terra dove ognuno può seminare, sperimentarsi, cercare strade diverse per vivere! Sento una linfa che continua a generare dentro di me la passione perché ogni ragazzo/a che entra in Casa Santa Chiara, nonostante la croce AIDS, possa attingere la forza della risurrezione.

 Suor Daria Gaspardo e suor Enrica Martello (28 ottobre 2003)

 

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