TESTIMONIANZE
Con la C.R.I. a Roma … si ripeteva il primo e
grande impianto
La C.R.I di Roma, nel
lontano 1946, ha chiesto all’Istituto alcune suore per assistere e curare
gli ex-combattenti della guerra 1940-45 affetti da T.B.C.
Nell’ottobre dello stesso
anno l’Istituto ha risposto alla richiesta con un “drappello” di suore per
l’assistenza ammalati e per il buon funzionamento dell’ospedale.
È anche questa una risposta
a una emergenza, modalità caratteristica alla famiglia elisabettina.
Siamo partite in nove dalla stazione di
Padova; gli addetti alla ferrovia hanno aggiunto un vagone al treno merci in
partenza per Roma. Dentro il vagone c’era una sola panca per tre persone, se
strette ci potevamo stare in quattro; le altre sedute per terra o sui propri
‘fagotti’. Il viaggio è durato un giorno e una notte. Al mattino di buonora
la Provvidenza, che sempre accompagna chi in lei confida, ci ha fatto
trovare alla stazione Termini le sorelle elisabettine di Roma che ci hanno
accompagnato a destinazione.
La sede del nostro lavoro si
trovava in Via di Pineta Sacchetti a Monte Mario. Arrivate abbiamo avuto una
aperta accoglienza, ci hanno ospitato in un ampio camerine: per terra
c’erano i materassi per noi, qualche cuscino e le coperte, lenzuola e federe
non c’erano.
La nostra gioia era piena,
anche perché, nel nostro piccolo, si ripeteva il primo e grande impianto.
Dopo tre anni il servizio
è terminato. La C.R.I. ci ha premiate con la medaglia d’argento e noi sempre
piene di gioia vera e disponibilità siamo passate ad un altro ‘impianto’: la
Casa di Cura “E. Morelli” in Via Aurelia dove ci attendeva il ‘ricominciare’,
questa volta con le pulizie per prepararsi il nuovo domicilio e la
sistemazione dei vari reparti.
Componevano la comunità:
suor Teodorina Tamantini, superiora, suor Eulogia…, suor Melania-Linda
Casagrande, suor Ermelinda Faccio, suor Rosaberta Carraro, suor Bertina
Carepani, suor Lamberta Della Puppa, suor Aggea Frasson e suor Vicenzina
Comazzetto.
Suor Aggea Frasson
(9 novembre
2003)
Torna
all’inizio
Andate in tutto il mondo… Il povero
vi insegnerà ad amare
Sono lieta di poter dare il
mio contributo raccontando la mia esperienza all’intera Famiglia
Elisabettina qui riunita per ricordare e celebrare i 175 anni di fondazione
della nostra Famiglia.
Premessa all’impianto elisabettino in Sudan
Per poter capire meglio
alcune cose si dovrebbe riprendere la storia passata, quando il Sudan veniva
chiamato il “gigante povero” del continente africano. Ritorniamo qui nel
recente 1985.
Con la guerra in atto tra
Sud e Nord Sudan ogni giorno frotte di rifugiati arrivavano a Khartoum per
mettersi in salvo e continuare a vivere.
La Comunità Cattolica era,
ed è, una minoranza a Khartoum, non sufficiente a provvedere ai bisogni di
tanta gente; così siamo state chiamate anche noi Elisabettine.
L’Arcivescovo mons. Gabriel
Zubeir Wako (ora cardinale) come un vero pastore, aiutato da sacerdoti e
laici locali, da missionarie e missionari, iniziò a dare vita ad
un’accoglienza aperta a tutti: cristiani e animisti che arrivassero dal Sud,
organizzando centri di prima accoglienza anche per l’insegnamento cristiano,
utilizzando le lingue locali.
Da notare che il Governo
sudanese non li accoglieva a causa del colore della pelle e della religione
anche se erano Sudanesi. Così erano costretti ad andare a vivere nel
deserto. Là improvvisavano capanne e baraccopoli, in pieno deserto, appunto
dove mancava ogni cosa: non c’era acqua, né cibo, né cure mediche, né
servizi igienici ecc…
Il
come del mio personale coinvolgimento
Nel 1984 mi trovavo in
Italia per la vacanza ordinaria.
Chiesi a M. Bernardetta,
allora Superiora Generale, di rimanere in Italia per sempre dopo 34 anni di
servizio in Egitto.
Mi guardò e non mi disse né
sì, né no.
Intanto continuava a
mandarmi a fare esperienze nuove all’Ospedale di Padova.
In breve, un bel giorno mi
chiamò e mi disse: “Ho pensato di mandarti in Sudan assieme a sr Alfonsina
Derias e a sr Bertilla Eissa, come responsabile. Che ne dici?”
Rimasi senza parole e
perplessa, perché mai avevo pensato e sognato il Sudan?
Le risposi solo:”Mi lasci il
tempo per pregare e pensare”:
Per Madre Bernardetta era
già deciso e basta; lo capii dal suo comportamento.
Accettai l’obbedienza.
Non posso nascondere la
paura che sentivo dentro di me, era come un muro difficile da scalare!
Dopo la mia adesione
cominciarono subito le pratiche per poter entrare in Sudan. Anche allora non
era facile avere i permessi, perché quel Paese stava chiudendo un capitolo
della sua storia: il rovesciamento del regime del Maresciallo Mohamed
Nimeyri.
Dopo qualche mese di attesa
arrivò il permesso.
Dovetti partire entro pochi
giorni altrimenti sarebbe scaduto e si sarebbe dovuto ricominciare tutto da
capo. Per le suore egiziane, che sarebbero venute con me, questo problema
non c’era.
Ma la casa dove dovevamo
abitare non era finita perciò sono dovuta partire da sola.
L’impianto
Erano i primi di maggio
del 1985. All’aeroporto di Khartoum mi aspettava il Vicario del Vescovo che
mi portò in Nunziatura e dopo una settimana andai nella comunità delle suore
comboniane di Omdurman dove rimasi quattro mesi.
È stato duro e difficile
questo passaggio, ma provvidenziale.
Ogni giorno le suore mi
portavano nei campi profughi, così ho potuto vedere come accoglievano e
prodigavano le loro cure. Anche per le suore comboniane questo tipo di
servizio era nuovo e era quello che anche noi avremmo dovuto iniziare.
Non si può descrivere in
quali condizioni arrivavano i rifugiati: stanchi, nudi, affamati, ammalati,
disorientati, senza una guida nel gruppo. Bruscamente li facevano scendere
dal camion in mezzo al deserto e basta. Ognuno doveva arrangiarsi.
Ma con che cosa?
La maggioranza erano donne,
bambini e vecchi, senza difese e stanchi del lungo viaggio.
Di fronte a un dramma di
queste dimensioni avvenne un grande cambiamento dentro di me: non più paura,
ma solo una grande voglia di stare accanto a questi fratelli e amarli con il
cuore di Cristo.
Il muro era crollato, la
nebbia sparita, il ‘sole’ ha cominciato a brillare dentro di me.
Dopo quattro mesi arrivarono
le sorelle egiziane. La casa non era finita, ma la si poteva abitare
accettando i disagi.
Assieme a P. Mario
Castagnetti, comboniano, abbiamo iniziato l’opera tanto preziosa.
Proprio a Banat, in mezzo
all’immenso deserto del Sahara, spoglio di tutto, ha avuto inizio il nostro
“impianto”: un impianto con gli stessi ideali della madre Fondatrice:
“cavare anime dal fango per dare loro il volto di Cristo”.
Anche per sr Alfonsina e sr Bertilla non è stato facile
mettersi dentro a una simile missione, soprattutto all’inizio.
Io che avevo fatto
l’esperienza con le Suore Comboniane e “ricevuto il dono e la grazia” dentro
di me, le sostenevo e le incoraggiavo.
Ogni giorno andavamo nel
deserto a visitare quei fratelli che si trovavano in condizioni subumane,
privi di tutto: acqua, cibo, medicine, esposti a un sole potente e senza
nessun riparo. Cercavamo di essere per loro sorelle e madri, come voleva la
nostra Fondatrice.
Passato il primo periodo
veramente difficile, traumatico, la nostra comunità ha vissuto con
entusiasmo e dedizione, con amore e gioia la nuova missione, tanto da farci
esclamare: “Aveva senso lasciare il nostro Paese per venire in Sudan a
servizio degli ultimi e dei senza-voce”.
Lodiamo il signore, perché è grande la sua
misericordia!
Gli anni passati in Sudan
sono stati un’esperienza che mi ha realizzata come persona e come
missionaria.
Mi sono trovata davanti a
tanti fratelli che vivevano al limite della sopravvivenza, ho sperimentato
come un privilegio concessomi dal Signore il potermi mettere al loro
servizio, ho visto spesso Dio nei loro volti.
Posso dire di aver ricevuto
molto da loro, più di quello che io ho donato:
- ho
imparato ad accogliere tutte le persone ed ad amarle umanamente come sono,
nella loro diversità;
- ho
imparato a leggere le situazioni, quelle favorevoli e quelle difficili
- ho
cambiato il mio modo di pregare.
Suor Alberina Martinazzo
(9 novembre
2003)
Torna
all’inizio
Diciotto anni di vita spesi
con tanto amore per la nostra cara Famiglia religiosa.
Che cosa ho sperimentato in
questi anni e come li ho vissuti?
Anni arroventati di
contestazione e di cambiamenti sia nel campo sociale che ecclesiale e
religioso. Sembrava che tutto dovesse cambiare, che niente andasse bene del
passato e quindi serpeggiava la richiesta di novità a tutti i costi.
La nostra Famiglia
religiosa, in questo contesto culturale e sociale, ha cercato di seguire
fedelmente le indicazioni del Concilio Vaticano II e le direttive della
Congregazione per la Vita consacrata, cercando di equilibrare sapientemente
il nuovo con la sana tradizione della nostra Famiglia.
In questo contesto, a
volte convulso e confuso, sono stata chiamata a prestare il servizio di
autorità, sempre saggiamente coadiuvata dal Consiglio generale al quale devo
tutta la mia riconoscenza per aver sempre condiviso fraternamente gioie e
dolori, fatiche e speranze.
Sono stati anni in cui ho
sperimentato la presenza tangibile del Signore, al Quale affidavo e
confidavo tutte le mie difficoltà e preoccupazioni. A Lui lasciavo
fiduciosamente ogni pensiero e problema, perché Lui mi guidasse e
intervenisse a tempo opportuno per aiutarmi a discernere le situazioni di
vita della Famiglia e delle sorelle. Incaricavo la Vergine Madre e la beata
nostra Fondatrice di presentare a Gesù le situazioni e di illuminarmi sulle
decisioni da prendere per il bene comune, secondo la SS. Volontà del Padre.
L’unità della Famiglia nella fedeltà al carisma…
I testi costitutivi
assegnano alla Superiora generale la missione di essere segno di unità, di
fedeltà al carisma proprio della Famiglia elisabettina, di promuovere con
l'esempio e con le opere il fine della Famiglia religiosa, di vigilare sul
bene di ciascuna sorella e di tutta la Famiglia (Cost. 178, 180).
In un tempo che sembrava
congiurare contro l’unità di sentimenti e di vedute, mantenere l’unità e la
fedeltà al nostro carisma ha richiesto un lavoro capillare e interventi
mirati presso
le comunità e le singole suore, avvicinate e formate costantemente sulla
Parola di Dio e sugli insegnamenti della nostra beata Madre Fondatrice.
Appartiene a questo
tumultuoso tempo degli anni ’70 il decentramento del governo in tre
Province, il faticoso inizio di una vita fraterna in comunità di comunione.
Quanta ricchezza spirituale
e buona volontà ho riscontrato nelle Sorelle! Soprattutto porto in cuore il
loro desiderio di fedeltà al Signore, di fedeltà alla vocazione-missione
della nostra terziaria famiglia.
Il contatto diretto con
tutte mi ha fatto sperimentare la preziosità di attingere dalla sapienza di
vita delle sorelle anziane e malate, dalla vitalità gioiosa e generosa delle
più giovani, dall’impegno costante e generoso di quelle di mezza età sulle
cui spalle gravava il peso delle attività apostoliche, ed anche
dall’incipiente cammino di formazione delle novizie.
Quante volte ho ringraziato
il Signore di vivere in una Famiglia sana e santamente impegnata nella vita
di consacrazione!
Non sono mancate certo le
defezioni e le conseguenti delusioni nei confronti di sorelle, ma anche
queste situazioni mi portavano a sentirmi ancor più impegnata a spendermi
per una solida formazione umana – cristiana – religiosa e a penetrare nella
storia personale e familiare delle sorelle.
…
e nello slancio apostolico
“Desidero andare con le
mie figlie in tutto il mondo! Amore mi possieda, mi faccia operare, mi getti
nel mondo qual vento”.
L’ansia del Regno ardeva nel
cuore della Madre nostra ed io sentivo che essa ci chiamava “altrove” a
estendere il Regno fino ai confini della terra. Ed ecco l’apertura alle
missioni ad gentes (Argentina, Kenia, Betlemme, Ecuador, Sudan), sollecitata
dalla Chiesa stessa.
Che storia stupenda quella
degli inizi! Stupenda per le difficoltà vissute e superate con l’aiuto del
Signore e la decisa volontà e generosità delle sorelle che partivano per
sconosciuti Paesi e a servizio di tanti fratelli bisognosi.
Ho sempre nel cuore e nella
mente le risposte alla chiamata a partire delle prime missionarie, ma anche
il sostegno della preghiera delle sorelle, soprattutto malate, che offrivano
al Signore le loro suppliche e sofferenze per chi partiva.
Chiamate alla comunione nella Chiesa
Sono anche tanto
riconoscente al Signore per avermi dato l’occasione di accostare, conoscere
tante Famiglie religiose, tante realtà ecclesiali, di aver avuto stretti
rapporti di amicizia e collaborazione con i Vescovi, con il clero e con
tanti laici delle Chiese locali dove eravamo, con l’USMI (Unione Superiore
Maggiori Italiane) nazionale e del Triveneto, con cui abbiamo camminato in
sintonia con le direttive della Chiesa.
Ringrazio il Signore di
aver fatto e di fare ancora un tratto di cammino insieme, per essere davvero
autentiche suore terziarie francescane elisabettine, come ci ha sognato la
nostra Madre Elisabetta.
M. Bernardetta Guglielmo
XI superiora generale, 1969- 1987
(9 novembre 2003)
Torna
all’inizio
Trieste – Ospedale Regina Elena,
chiamato poi: Ospedale maggiore
Sorelle anziane raccontavano…
Il Vescovo di Trieste e
Capodistria aveva ottenuto con molta difficoltà dall’Amministrazione che
nell’Ospedale fossero presenti le suore elisabettine. Già da qualche anno
esse operavano in Diocesi, nell’Ospedale di S. Maria Maddalena di Trieste e
a Capodistria in un Istituto per minori.
Una piccola comunità,
guidata dalla superiora suor Costanzina Milani, arrivò a Trieste nel 1927;
il direttore sanitario nell’accoglierla disse:
io non vi volevo, ma già
che ci siete, restateci; vostra è la cucina e la lavanderia.
La fede, uno spirito di
umiltà e di abnegazione non comuni aiutarono quelle prime sorelle ad
introdursi in un ambiente particolarmente ‘laico’ e a sentirsi come ‘missionarie’.
Il fatto poi che la loro
abitazione fosse collocata parte in soffitta e parte nel seminterrato le
faceva sentire in linea con le origini della famiglia elisabettina;
scherzosamente dicevano: siamo nate in soffitta e con gioia continuiamo a
viverci!
In breve tempo si fecero
molto apprezzare.
Qualche anno dopo fu
istituita la Scuola per Infermieri Professionali e le suore cominciarono a
qualificarsi come infermiere caposala e gradatamente poterono essere accanto
ai malati in circa metà dei reparti dell’Ospedale, nelle sale operatorie e
negli ambulatori.
Favorita da sempre nuovi ‘virgulti’,
la comunità esprimeva spirito apostolico e gioiosa vitalità nel servizio
infermieristico ed era impegnata a collaborare con le ‘suore laiche’
(infermiere professionali che volevano essere chiamate così per distinguersi
dalle infermiere generiche e dalle ausiliarie) presenti negli altri reparti
e servizi dell’Ospedale.
Suor Silvestra Grego
(30
0ttobre 2003)
Torna
all’inizio
“Subito dopo l’ultima
guerra, fui mandata come infermiera all’Ospedale di Trieste, in una ‘prima
medica’; il reparto era destinato alle ammalate di TBC
Vi erano ricoverate ragazze
e giovani spose che provenivano dall’Istria che, essendo zona A, era passata
alla Jugoslavia. La gran parte versava in gravi condizioni: erano pochissime
quelle che guarivano!
Queste giovani, già
sottoposte ad un pesante carico di sofferenza fisica, erano private del
conforto dei familiari che non potevano passare in Italia, e questo
costituiva per loro un dolore inconsolabile.
Io, giovane suora di 25
anni, ero il loro unico riferimento affettivo ed esse riversavano su di me
tutte le loro confidenze, le loro angosce e il dolore per sentirsi sfuggire
la vita lontano dall’affetto dei loro cari. Sentivo che ero chiamata
a sostituire i loro familiari! Avrei voluto dare a quelle giovani
salute, vita e tanto amore: quanto era giusto avere alla loro giovane età!
Vegliare, essere loro
vicina nell’inutile attesa di qualche parente, raccogliere le ultime parole,
chiudere loro gli occhi…. Chiedevo troppo al mio cuore: credevo si
spezzasse!
Quelle giovani mi
desideravano sempre vicina, cercavano il mio sguardo, il mio sorriso.
L’ultimo loro guardo e l’ultima parola erano rivolti alla suora:
salutami la mamma, i miei genitori, i miei fratelli…
Una giovane sposa, vicina
alla morte, levandosi l’anello matrimoniale, mi disse:
dallo a mio marito, digli che gli ho voluto tanto bene.
Ora, a distanza di anni,
posso dire che quella breve esperienza, a contatto con tanta
sofferenza, ha segnato la mia vita e ringrazio il Signore che ha reso
sensibile il mio cuore di fronte a ogni sofferenza umana.
Suor Silveria Baggio
(29 ottobre 2003)
Torna
all’inizio
Nel 1954 mi trovavo
all’Ospedale Civile “Regina Elena” di Trieste come infermiera professionale
specializzata in analisi di laboratorio.
Un mattino andai a prelevare
il sangue ad uno dei due pazienti gravi che si erano rivelati contrari a
tutto ciò che è cristiano ed erano perciò lontani dai sacramenti.
Mentre effettuavo il
prelievo ad uno dei due, con profonda convinzione gli parlai
dell’amore con il quale Gesù ama ognuno di noi al di là dei peccati che
abbiamo potuto commettere. Gli dissi che sicuramente Gesù l’avrebbe
perdonato se, in cuor suo, provava il dispiacere di averlo offeso; gli dissi
che egli ci vuole tutti salvi, purché lo vogliamo; infatti siamo liberi…
Dopo un po’ l’ammalato mi
disse: allora mi chiami il sacerdote!
L’altro paziente, che aveva
ascoltato il dialogo mi disse: suora, posso fare
anch’io quanto ha fatto lui?
Ma certo,
risposi, Gesù ama tutti di un amore sconfinato.
Dopo pochi giorni i due
pazienti sono morti riconciliati.
I loro familiari sono stati
confortati dalla cosa ed io ho provato una gioia profonda per aver
sperimentato il grande amore del Signore che si china sui peccatori con la
sua infinita misericordia.
Suor Annalberta De Paoli
(29 ottobre 2003)
Torna
all’inizio
Vita missionaria in Libia
Il 1936 segnò per il nostro
Istituto la continuazione del cammino intrapreso l’anno precedente ossia
l’espansione missionaria: le prime quattro figlie di Madre Elisabetta
approdarono in Libia, terra conquistata dall’Italia fin dal 1911.
L’orfanotrofio “Sofia
Badoglio” a Tripoli fu il loro primo campo di lavoro.
Nel 1939 la presenza delle
suore fu richiesta all’ospedale militare-governativo di Misurata dove, con
il servizio infermieristico, avvicinavano i giovani feriti con cuore di
madre: per i nostri soldati lontani dalla patria e dalla famiglia, nella
impossibilità di dare notizie, le suore furono sicurezza, aiuto, conforto.
Ben presto il numero delle
sorelle cominciò ad aumentare: dalla comunità di Roma due vennero in aiuto a
quelle che già operavano in Libia. Nel 1944 le troviamo ad accogliere
bambini di diverse nazionalità e religioni nell’asilo intitolato a
Elisabetta Vendramini a Misurata, quasi a mettere loro stesse e i bambini
sotto la protezione della madre Fondatrice. Nel 1947 si apre una nuova
possibilità di esprimere il carisma elisabettino: la cura degli anziani a
Fesclum, periferia di Tripoli, in una villa ristrutturata. Sempre, ma
soprattutto all’inizio delle nuove opere, la Chiesa di Tripoli, attraverso i
padri francescani della provincia lombarda, ci fu di aiuto.
Finita e perduta la guerra,
l’Istituto ha la possibilità di inviare nuove forze.
E venne il giorno anche per
me: a 21 anni, con la preparazione di 20 giorni!, ignara della lingua
straniera e di tanto altro, con la benedizione del Santo Padre Pio XII
salpai… e lì, sulla nave piansi tutte le lacrime trattenute durante la
cerimonia di saluto: la consegna del crocifisso, grande e nero, nella chiesa
del Corpus Domini, l’esortazione di monsignor Giuseppe Pretto, Vicario
generale della diocesi di Padova, il bacio del piede che allora si faceva
davanti alla grotta nel cortile di casa madre.
Sola, nel silenzio del mar
Mediterraneo in un notes ho fissato il mio diario di bordo, i tanti perché
che avevo in cuore.
L’Africa fin dall’inizio mi
affascinò: il deserto - terra dei forti - il cielo tersissimo di giorno, le
costellazioni di notte e tutte le occasioni per essere proprio buona
samaritana.
La missionaria si arrangia
in tutto: è donna, madre, catechista, infermiera, insegnante.
Nel febbraio del 1970 il
Governo italiano ha riconosciuto il prezioso lavoro educativo delle suore
che operavano nelle oasi del deserto conferendo a tre di esse il titolo di
cavaliere della Repubblica: quel giorno ho goduto moltissimo perché
rappresentavo la mia famiglia e mi sentivo fiera di essere elisabettina.
Ma nel 1969 il colpo di
stato fece cadere la monarchia di re Idris e il potere fu assunto dal
colonnello Gheddafi.
Fu un anno di grandi prove:
la vita era incerta, scarseggiavano i viveri e l’acqua; ci si chiedeva: ci
saremo questa sera? Domani faremo scuola?
La continua sorveglianza
della polizia locale incuteva paura, da un momento all’altro potevamo cadere
nelle loro mani, ma nessuna segnò con il martirio la fine della nostra vita
missionaria in Libia perché il Signore aveva altri progetti su ciascuna di
noi.
Nel settembre del 1970, a
pochi giorni di distanza, tutte le trentacinque suore, perché italiane, con
nave o in aereo hanno lasciato per sempre quella terra e la gente povera e
bisognosa. Le nostre lacrime si sono confuse con le loro.
Siamo partite dopo aver
chiuso la nostra chiesa, anzi, con le nostre mani e con il cuore stretto e
angosciato, seguendo la direttiva del Vescovo abbiamo distrutto i segni
della pietà cristiana. Il tabernacolo ha subito la stessa fine dopo esserci
comunicate con l’ultima ostia consacrata divisa in tre parti - la nostra
comunità di Dafnia era di tre suore.
Una vita breve quella della
nostra missione in Libia, ma ricca, preziosa davanti a Dio e ai fratelli
perché il nostro linguaggio parlava solo di amore, di compassione, la nostra
opera era disinteressata: tutte a tutti con il massimo rispetto per la
persona, la nazionalità, la religione.
L’Internunzio apostolico
mandato dal santo Padre per consolare la chiesa di Tripoli, per prime
incontrò due suore elisabettine (suor Astelia Stefani ed io, suor Luisa) ed
esclamò: al mio ritorno dirò al Papa di aver
incontrato la letizia francescana.
Posso affermare che il
periodo 1969–1970, che sembrava non terminare mai per le prove che l’hanno
caratterizzato, è stato e continua ad essere il periodo più bello della mia
vita perché mi sentivo libera, abbandonata solo in Lui, il mio tutto.
Possa la nostra
testimonianza parlare agli uomini di questo tempo e contagiarli di un amore
tenero e gratuito.
Suor Luisa Pacchin
(22
ottobre 2003)
Torna
all’inizio
Memorie del tempo di guerra
Durante il conflitto
mondiale 1939/45 mi trovavo a Garda.
La comunità era composta da
cinque suore: suor Giovanna Dalle Ave, superiora, suor Fabiola Pertile, suor
Antonietta Marchi, suor Raffaella Testa ed io, suor Gina Beltramello.
Durante i primi anni di
guerra sia il paese che noi suore non abbiamo sofferto alcuna conseguenza.
L’otto settembre del 1943 ci
fu l’armistizio, ma la gioia durò poco perché il mattino seguente ci
trovammo circondate dai tedeschi che si stabilirono con camion, armi e
quanto possedevano nel cortile della scuola materna. Iniziarono le
incursioni e i nostri bambini non erano più sicuri così abbiamo cercato
alloggio in campagna: una sala per i bambini, una cucina che serviva a loro
e a noi, una stanza per le suore lontana 200m dalla ‘sala’.
La stanza per dormire era
composta da un letto matrimoniale in cui dormivano tre suore, un divano e
una rete ai piedi del letto grande. Tutte eravamo serene e contente, ognuna
cercava di alleggerire le difficoltà dell'altra non facendo mai sentire il
disagio e il peso per la mancanza di quasi tutto, si può dire.
Si deve mettere in risalto
che, oltre alle difficoltà della guerra, suor Fabiola si era aggravata a
causa di un’ulcera e dovette rimanere a letto bisognosa di assistenza:
questo compito fu assegnato a me anche perché la scuola di lavoro era
temporaneamente sospesa. Il disagio era dovuto soprattutto alla distanza
cucina-casa suore, 200m: ma allora le gambe erano buone e così anche il
cuore! Ci volevamo bene, eravamo pronte a sacrificare anche il poco che
avevamo perché non mancasse nulla alla sorella ammalata che già soffriva
molto.
Alcuni giorni prima della
fine della guerra il Signore ci chiese un altro sacrificio.
Il padrone della casa nella
quale eravamo ospiti andò a Garda per delle spese; i tedeschi lo ritennero
una spia, lo condussero lungo il lago e, nonostante le sue suppliche, lo
fucilarono e lo gettarono in acqua. Allora cominciarono le perquisizioni
nelle case e monsignor Segantini, dal momento che i tedeschi continuavano ad
andare in canonica con nuove domande ed esigevano tante spiegazioni, si vide
in pericolo lui stesso, chiuse la chiesa e, levatosi la veste, si allontanò
nascondendosi in una famiglia. Non si dimenticò però di noi e mandò un uomo
ad avvertirci di lasciare la casa chiedendoci di dividerci una per famiglia
da lui preavvisata. Messo un materasso su un carretto vi adagiammo la nostra
cara ammalata e noi quattro pellegrine chi tirando, chi spingendo,
attraverso campi giungemmo a destinazione.
Che sofferenza provammo
nel dividerci. Nelle famiglie rimanemmo fino all’arrivo degli americani che
misero in fuga i tedeschi.
Ritornate nella nostra casa
iniziammo un’altra opera di misericordia e di squisita carità, demmo inizio
a un posto di ristoro per i prigionieri che tornavano dalla Germania.
I primi soldati che
accogliemmo tornavano a piedi dai campi di concentramento; erano stanchi,
sfiniti dalla prigionia e dal lungo viaggio. I loro piedi sanguinavano
perciò iniziai a fare anche l’infermiera lavando, medicando piaghe e ferite.
Nella nostra comunità oltre
che incontrare cuori aperti che accoglievano e consigliavano trovavano cibo,
riposo, vestiario. L’accoglienza era aperta di giorno e di notte e noi
eravamo sempre disponibili, non sentivamo la stanchezza tanta era la gioia
di poter aiutare, confortare e consolare. In ogni fratello vedevamo il volto
sfigurato di Cristo che tendeva la mano per trovare forza, aiuto, sicurezza.
In questa grande opera siamo state aiutate da tanti giovani e famiglie del
paese che davano non soltanto il tempo ma generi di ogni sorta.
Nella mia lunga vita
religiosa ho sempre ringraziato il Signore per il Suo Amore, il Suo aiuto,
la Sua misericordia.
Suor Gina Beltramello
(23 ottobre 2003)
Torna
all’inizio
Memoria dell’Impianto
in Kenya – Naro Moru
Fui inviata in Kenya come
missionaria insieme a suor Maristella Contin e suor Dositea Matteazzi.
Arrivammo all’aeroporto di
Nairobi di primo mattino il 16 settembre 1972 e verso mezzogiorno giungemmo
a Naro Moru, grosso villaggio della provincia di Nyeri alle falde del monte
Kenya. Immediatamente ci trovammo in un mondo totalmente altro,
dall’immaginario alla realtà: lingua sconosciuta, cultura veramente distante
da quella europea, clima e altitudine diversi con cui fare confidenza.
L’accoglienza fu calorosa, ovunque; la gente ringraziava perché avevamo
scelto di andare a vivere con loro, ringraziava la famiglia religiosa e la
famiglia naturale di ciascuna di noi.
Suor Maristella, essendo
infermiera, aveva già il dispensario che l’attendeva; era stata
specificatamente chiesta per curare in modo qualificato gli ammalati.
L’inserimento di suor Dositea e mio nella pastorale, orientata alla
promozione umana e della donna, è stata più graduale.
L’inizio di un’opera chiede,
ovunque e sempre, molta pazienza e spirito di fede, ma quando alle normali
difficoltà si aggiunge la fatica di imparare la lingua e di discernere quale
necessità è prioritaria fra le tante che si presentano la capacità di
pazientare e di affidarsi al Signore sono veramente grandi.
Apprensioni, incertezze,
paura di non farcela, di non essere le persone adatte hanno accompagnato
l’impianto kenyano; anche la malattia, grave, ha segnato questo inizio e
nello stesso tempo l’ha impreziosito perché è stata motivo di offerta
generosa, e fino alla fine, di suor Dositea e di suor Maristella alle quali
dobbiamo molto.
La sapienza di Dio ci ha
accompagnato; nella nostra semplicità abbiamo saputo vedere i bisogni della
gente e si siamo fatte promotrici di un’opera che, se non fosse troppo
profano, potremmo definire ‘fiore all’occhiello’ della presenza elisabettina
in Kenya: l’ideazione e la realizzazione del Centro per disabili. Iniziato
con il sostegno particolare della Diocesi di Concordia-Pordenone come tutta
la nostra prima presenza nel Paese africano, eravamo partite con sacerdoti
fidei donum di quella Diocesi, ora continua ad essere gestito con qualità
dalle nostre sorelle, essendo la parrocchia passata al clero locale. Esse
hanno tessuto una rete di aiuti a sostegno dell’opera coinvolgendo parenti e
amici italiani e non e suscitando la partecipazione dei laici locali: vera
opera di promozione.
La missione elisabettina di
Naro Moru oggi offre, accanto al Centro per disabili, un qualificato
servizio medico: il dispensario di suor Maristella è diventato un
poliambulatorio che ha un dependace per accogliere e collaborare a un
progetto governativo di cura dell’AIDS e il servizio pastorale di catechesi
nelle varie scuole e nei ‘centri’.
Il primo ‘impianto’,
genuinamente evangelico, ha messo i suoi germogli; l’amore operativo di
Elisabetta e delle sue figlie, attinto al cuore di Dio, è stato davvero
diffusivo.
Suor Rita Bergamin
(5 novembre 2003)
Torna
all’inizio
1975: in Sicilia, a Petrosino
Dopo circa trent’anni in assistenza a minori di età scolare
d’ambo i sessi, fui destinata ad una parrocchia. Quando ormai pensavo
irraggiungibile il mio ideale giovanile… fu una telefonata inaspettata che
mi trasferì in una parrocchia lontana della quale non avevo mai sentito
parlare…: “Madre, lo sa che sono qui da soli 3 anni e di cambi ne ho fatti
fin troppi?”
“Sì lo so, ho chiesto a
parecchie ma non si sentono di andare così lontane, in Sicilia; dai, accetta
anche questo sacrificio, devo formare una piccola comunità, là ci sono già
due sorelle”.
Qualche giorno dopo di mattina presto ero già in treno per
Palermo, un altro mi portò a Petrosino (nemmeno il controllore a Padova
sapeva dov’era questo posto!); arrivai verso mezzanotte e alla stazione due
suore mi aspettavano.
Salimmo in una vecchia
cinquecento e dopo poco arrivammo non so dove, perché era buio pesto.
Accesero una luce ed
entrammo in una stanza a piano terra, vidi anche un cucinino dove mi
offrirono una cenetta, poche parole e poi … a letto.
Salimmo per una scaletta incerta ed entrai in una stanza con
tre letti, uno accanto all’altro. Una aspettava che si coricasse l’altra. Il
servizio igienico fuori della porta in un terrazzino all’aperto dove ognuna
pure si vestiva e spogliava.
Non so se tutte ora lo sanno: questo paese si trova all’ultimo
lembo di terra siciliana poco lontano dallo sbarco di Giuseppe Garibaldi con
la sua spedizione dei Mille.
Il mattino dopo, con
serenità, ci raccontammo tante cose, una sorella era infermiera e l’altra
insegnante di religione.
Il primo giorno mi fecero
fare un giretto per il centro del paese e nel vicinato.
Non ho incontrato nessuno:
case tutte chiuse, un paese “morto”; “ma dov’è la gente, qui?” Gli uomini
tutti in campagna dalle prime ore del mattino, le donne chiuse in casa, i
bambini a scuola.
Le case erano ad un solo piano, poche ne avevano un secondo,
più lontano un ovile; anche la chiesa era chiusa.
Dopo qualche giorno di
orientamento andammo insieme dal parroco per un programma pastorale; egli
aveva invitato per questo il vicario diocesano, tutt’altro tipo, che ci
conosceva attraverso le sorelle già operanti a Gibellina. Il risultato di
questo incontro cordialissimo fu che: una continuava a insegnare religione
nella scuola media, una nella scuola elementare, l’infermiera visitava
ammalati e anziani; tutte e tre saremmo state impegnate nella catechesi
parrocchiale.
Il paese era costituito dal centro e da
quattro contrade: San Giuseppe, Cafiso, San Giuliano, Santa Venere. La
chiesa parrocchiale era vicina ma le contrade distavano qualche chilometro.
Per raggiungerle le due sorelle si servivano della cinquecento, ma io come
portarmi qua e là?
Problema serio per il
parroco che interessò alcuni capi famiglia vicini alla chiesa.
Il paese confinava con il
mare, quindi era molto ventilato e sconsigliarono la bicicletta dicendo:
"Povera suora ritornerebbe sfinita!”. Un bel giorno ci consegnarono un
“CIAO” nuovo, per la suora che non era autista.
Senza esitazioni e commenti,
con le sorelle cominciai a studiarlo e a vedere come usarlo; per grazia
capii subito, anche se da quando partii da casa non avevo più preso in mano
una bici.
Feci un breve giro davanti alla nostra casa e poi sentendomi
sicura spiccai il volo, mi sembrava di sognare. Ritornai in sella dopo un
quarto d’ora soddisfatta, trovando le sorelle un po’ preoccupate.
Da quel momento CIAO divenne
il mio sostegno e compagno di lavoro apostolico.
Noi tre sorelle vivevamo con zelo, con la gioia di
cominciare il nostro servizio e di poter finalmente avvicinare e conoscere
persone, usi e costumi.
Quando si trattò di iniziare
il catechismo - cinque classi per ogni zona vicina o lontana - fu veramente
un problema. In centro ci si serviva della chiesa e di un locale chiuso da
tempo; per la zona San Giuseppe, che comprendeva anche zona Cafiso, ci si
serviva della chiesetta e della sacrestia, a Santa Venere facevamo
catechismo nella stanza del circolo comunista, a San Giuliano in una cantina
abbandonata.
Ogni giorno la classe di turno ci attendeva e ci veniva
incontro.
Per le panchine e le sedie
ci pensavano i vicini.
E i giovani? Gli anziani? Le
famiglie?
Un vero dilemma che
alimentava in noi l’impegno a comprendere usi, costumi e vecchie tradizioni:
molte le vedove sempre vestite di nero e sempre in casa; gli uomini,
agricoltori o pescatori, al lavoro dal mattino alla sera.
Il padre e marito era veramente il capofamiglia: riverenza,
rispetto e obbedienza.
Per poter rispondere meglio
a queste esigenze pensammo, sempre in accordo con il parroco, di invitare
sacerdoti provenienti da Istituti di Roma, altri di nostra conoscenza e
religiosi francescani di Palermo; pernottavano in canonica e soggiornavano
da noi così si programmava il lavoro insieme.
Fu un’ottima “pensata”.
Li tenevamo impegnati tutto il giorno: mattino e sera in
parrocchia e il resto della giornata in giro per le contrade. Queste
iniziative erano pensate per i tempi forti di Natale e Pasqua.
Petrosino non aveva campane,
solamente una piccola per i defunti e così pensammo di procurare le campane
a disco come “svegliarino” domenicale; in chiesa non esistevano i libretti
per i canti così ci procurammo un vecchio ciclostile e lavorando anche di
notte potemmo avere la santa messa domenicale più vivace: cantata e suonata.
Dopo circa due anni il
parroco ci consegnò una casetta nuova, tutta per noi: quattro stanzette ed
una cucina, al piano terra gli ambienti parrocchiali.
Due volte mi hanno rubato il
motorino: la prima volta è ritornato grazie alle preghiere del parroco, la
seconda non tornò più, per averne un altro ci pensò una mano generosa.
Per conoscere e avvicinare i
giovani organizzavamo uscite nelle città e nei paesi vicini, le ragazze le
impegnavamo con brevi recite, canti e uscite al mare.
Nei mesi di vacanza buona
parte delle famiglie si trasferiva in zona mare, perciò noi accompagnavamo
ogni sabato il parroco per la santa messa
Dopo qualche anno ci
accorgemmo della nostra povertà in mezzo a tanto lavoro e sentimmo la
necessità di arricchirci di formazione religiosa, .così tutte e tre ci
iscrivemmo ai vari corsi di teologia che si tenevano a Mazara del Vallo.
Abbiamo organizzato il nostro lavoro apostolico in modo di
poter avere per noi due pomeriggi ogni settimana. Con la nostra costante
partecipazione dopo quattro anni potemmo ritirare il diploma.
A cinquanta chilometri da noi, a Gibellina, operavano le
nostre sorelle in una baracca come tutte le famiglie terremotate; ogni tanto
la domenica pomeriggio ci incontravamo con loro: erano incontri gioiosi,
profondamente fraterni, ricchi di scambi spirituali e culturali e si
rientrava a notte tarda sempre più animate e felici.
Sono solo alcuni cenni di
una storia che forse assomiglia ad altre storie; l’ho condivisa volentieri…
Suor Flavia Gasparini
(5 novembre 2003)
Torna
all’inizio
Caritas Baby Hospital – Betlemme
Il Caritas Baby Hospital di Betlemme è stato fondato nel
1952 da Ernesto Schnydrig, sacerdote svizzero.
Da principio la struttura
pediatrica, due povere stanze, raccoglieva un numero limitato di bambini,
tanto ammalati. Dopo qualche tempo ci fu un primo trasferimento in ambiente
dove potevano essere curati 35 bambini e 5 prematuri. Volontari, locali e
svizzeri, hanno prestato la loro opera e, per un certo periodo, 4 suore
svizzere di Santa Croce.
Come questo sacerdote ha
conosciuto la nostra Congregazione? Noi lavoravamo alla Caritas a Giza–Egitto,
un’opera medico-sociale appena nata che aveva bisogno di fondi per il suo
sviluppo. La Caritas svizzera vi contribuiva e così padre Schnydrig chiese
l’indirizzo del nostro Istituto: desiderava incontrare la Madre generale,
suor Bernardetta Guglielmo, per invitare le elisabettine a Betlemme.
Nel maggio del 1975 vi
arrivarono le prime suore: suor Emidia Lionello, suor Michelina Paludet,
suor Gemma Imparato, suor Marialena Faccio, in seguito suor Ruggera Sartor.
Nel maggio del 1976 Suor Emidia ritornò in Italia ed io, dopo trent’anni di
Egitto, sono passata a Betlemme per una nuova esperienza.
Intanto la costruzione del
nuovo ospedale era quasi terminata: si doveva pensare alla sua
organizzazione. Sono stata in Svizzera per sei settimane per completare la
mia preparazione in alcuni ospedali di diversi Cantoni e per procurare il
materiale necessario.
La struttura era pronta
contava 75 lettini, 12 culle, 6 culle termostatiche, laboratorio,
ambulatorio, gabinetto radiologico, scuola per infermiere pediatriche,
scuola per le mamme.
Il 30 maggio 1978 c’è stato
il trasferimento dei bambini e il 13 giugno l’inaugurazione.
È tradizione in oriente,
quando si inaugura una casa nuova, sgozzare un agnello e con il sangue
segnare una croce su tutti i muri della casa. Compiuto questo atto ha avuto
inizio la concelebrazione eucaristica presieduta dal Patriarca latino
monsignor Beltritti.
Qualche mese prima del
passaggio nell’ospedale nuovo la comunità si è arricchita di altre presenze:
suor Piarenata Fantin, suor Adelia Scarabello, suor Elisanna Marcato, suor
Innocenza Garbuzzi che, in seguito a un tumore al pancreas, in un mese ci ha
lasciato: era il 1981; al suo posto è arrivata suor Ileana Benetello.
L’ospedale funzionava a pieno ritmo raggiungendo anche 95 presenze.
In seguito sono venute suor
Dalisa Galeazzo per l’asilo nido dei bambini del nostro personale e suor
Clara Nardo per avviare il lavoro sociale nei villaggi: ambulatorio,
maternità, cucito. Un gruppo formato da un medico, un assistente sociale e
una infermiera due volte la settimana, di buon mattino, si recava in tre
villaggi. Ad essi si associava suor Ileana, che aveva frequentato per due
anni la scuola araba di ostetricia, per seguire, ascoltare, consigliare le
donne in gravidanza.
Al personale locale operante
in ospedale si sono quasi sempre affiancati infermiere e medici europei,
svizzeri e tedeschi, con un contratto normalmente triennale. Il loro
inserimento non è sempre stato facile.
Ricordo che i palestinesi ci
affidavano fiduciosi i loro bambini che riuscivamo a ‘risuscitare’! il
rapporto di lavoro con medici e il personale era buono. All’inizio abbiamo
sperimentato diffidenza nei nostri confronti da parte degli svizzeri che non
ci ritenevano capaci di organizzare e dirigere quanto era di nostra
pertinenza; sì, per alcuni anni abbiamo sofferto molto!
La preghiera, la
testimonianza, il sacrificio, l’amore all’Istituto e ai bambini tanto
sofferenti ci hanno dato la capacità di affrontare molti problemi e
sacrifici.
Personalmente, come
missionaria, è sempre stato mio ideale lavorare per i poveri, lenire le
sofferenze soprattutto degli innocenti. Ancora oggi gioisco della mia
esperienza missionaria sia in Egitto che a Betlemme, il mio entusiasmo non è
venuto meno.
Oggi faccio la missionaria
con la preghiera, l’offerta di sacrifici e sofferenze.
Suor
Ippolita Cattaruzza
(25
ottobre 2003)
Torna
all’inizio
22 maggio 1994:
Casa
Santa Chiara - Padova
L’impianto
Ogni storia è il dipanarsi
di un sogno diventato realtà attraverso una persona che si è fatta grembo e
annuncio.
Elisabetta Vendramini con
tenacia ha saputo dare forma ad un sogno: riconoscere nell’uomo il “figlio
prediletto del Padre” e su di lui chinarsi come sorella, madre e …
lascia a noi una eredità.
Eredità che abbiamo accolto
e a cui abbiamo voluto dare forma in un tempo di grazia particolare per la
nostra storia di famiglia.
E’ il 1990. Nel bicentenario
della nascita, la Chiesa proclama Elisabetta Vendramini beata, in S. Pietro,
a Roma il 4 novembre.
In questo clima ha origine
Casa Santa Chiara.
La famiglia religiosa,
guidata da M. Francapia Ceccotto e dal suo Consiglio, vuole porre un segno
di gratitudine, di riconoscenza, di lode a Dio per il dono della
beatificazione.
Un segno che riporti nello
spirito, ma anche nelle forme, alle origine della fondazione della famiglia,
agli inizi, alla modalità specifica di Elisabetta di amare l’uomo devastato
nella sua dignità per farlo risplendere della gloria dei “figli prediletti”.
La fine degli anni ’80 ha
visto l’opinione pubblica scossa profondamente per il diffondersi dell’AIDS.
La malattia, inizialmente diffusa soprattutto tra omosessuali o
tossicodipendenti, per la drammaticità del percorso di distruzione fisica
creava attorno alle persone colpite un alone di paura, di pregiudizio, di
rifiuto, di abbandono, così da renderle simili ai reietti della società di
ogni tempo.
Anche in Italia, anche a
Padova, l’emergenza AIDS in quegli anni è un problema scottante.
Nel novembre del 1990, nel
corso dell’omelia di una celebrazione per festeggiare la beatificazione di
M. Elisabetta, il vescovo di Padova, Mons. Antonio Mattiazzo, ci ricorda la
fedeltà alle origini: “dovete essere un fuoco di carità che incendia il
mondo tutto… tocca a voi elisabettine”.
Somigliare a Elisabetta, è
questo il segno di gratitudine più grande.
Così nello stesso rione tra
via S. Giovanni di Verdara e via degli Sbirri, che ora prende il nome di
Elisabetta Vendramini, la Famiglia decide di accogliere in casa propria i
malati di Aids.
Gli ultimi, quelli che
muoiono soli e abbandonati spesso anche dai genitori, dai fratelli, dai
figli, diventano figli nostri… l’immagine di Dio deve tornare a risplendere
in loro: dentro la borsa inzaccherata di fango noi sappiamo esserci un
tesoro.
Per l’accoglienza - il nuovo
impianto - viene scelta la casa dove risiede la comunità del Postulato
intitolata a s. Chiara.
Verso la fine del 1993 la
casa è pronta. Ne risulta un’originale “bifamiliare”: da un lato, in via
Vendramini, continua ad essere sede del Postulato, dall’altro, in via S.
Giovanni di Verdara, Casa alloggio per i malati di Aids.
Nel pomeriggio del 22 maggio
1994, Casa Santa Chiara apre le porte all’accoglienza di Mauro e Renato, i
primi due malati.
Suor Oraziana Cisilino,
responsabile della casa, sr Daria Gaspardo, sr Fulgenzia Zanovello e sr
Ketty Mercati sono le prime suore che si avventurano in questa esperienza di
amore e di carità, sostituite poi da sr Daria Gaspardo, come responsabile,
con sr Enrica Martello e sr Evelia Baro.
L’8 settembre del 1997 ha
inizio il servizio di Assistenza Domiciliare ai malati di AIDS.
Le prospettive di vita che i
farmaci riescono a garantire fanno pensare a una ulteriore apertura: nel
2000 viene offerto ai malati che hanno ritrovato una salute e un equilibrio
personale sufficienti la possibilità di rientrare nei circuiti sociali della
normalità. In collaborazione con il Comune di Padova, viene aperto, il 4
agosto, un appartamento, luogo per una vita autonoma nel “dopo-Casa S.
Chiara”.
Le
storie
Questa la storia per cenni.
Ma sono le storie vissute, i rapporti intessuti, le persone, a fare di Casa
S. Chiara il luogo “santo”, capace di contenere e mostrare la presenza e
l’opera di Dio.
Ricordo Michele.
Quando arriva a Casa Santa Chiara ha una situazione clinica molto
compromessa. Una neuropatia gli ha tolto la possibilità di usare le gambe e
un braccio. Lui ha un’esperienza lunga di tossicodipendenza anche se ha solo
trent’anni. Quando arriva in Casa S. Chiara dall’ospedale è molto cattivo,
scontroso, niente gli va bene, ed è faticoso stargli vicino sia da parte
degli operatori, sia da parte degli altri ragazzi malati.
La sua rabbia, contro tutti
e tutto, è un chiaro segnale della profonda esigenza di essere accettato,
amato, e dell’angoscia per la malattia che progredisce: “Ma quando
riprenderò a camminare? Perché vomito sempre? Perché queste gambe mi fanno
male? ...devo mangiare, devo nutrirmi per avere forza... io ero molto
forte!”.
Come équipe operativa
cerchiamo di individuare il problema. E’ necessario aiutare Michele a
esprimere i sentimenti, a dare parola alla paura e all’angoscia. Così la
sera prima di dormire passo dalla sua stanza: il buio e la notte fanno
paura. Lo stare accanto stringendo le mani crea una sintonia quasi
immediata: un malato di AIDS vede nel degrado del proprio corpo la causa del
suo isolamento; sentirsi avvicinato, accarezzato è ricevere un segno
silenzioso di accoglienza, di accettazione incondizionata di tutta la
persona: del corpo che va disfacendosi, della storia personale che si porta
dentro, con gli errori, i peccati, i rifiuti, le violenze fatte e subite.
E così, la sera, è Michele
che inizia:
- Suora, diciamo le
preghiere? Un’Ave Maria?
- Sì, comincia tu, dai,
insieme...
- Ave Maria... prega per noi
adesso e nell’ora della nostra morte.
- E’ brutta questa
preghiera, la finale è brutta.
- Perché parla della morte?
- Sì.
- Hai paura?
- Sì... e poi sono cattivo,
ho fatto tanti errori, ho fatto soffrire i miei, chi mi voleva bene... sono
cattivo. Io vorrei essere buono. Ho bisogno di stare con gli altri ma poi
rispondo male, e sono da solo... ho male alle gambe.
Di giorno in giorno Michele è meno teso. Da qualche
tempo è diventato più buono, non è più così reattivo, accetta di stare con
gli altri, ne ricerca la compagnia. La sera, prima di dormire mi aspetta.
Parliamo di tutto, delle angosce, del suo fisico che peggiora; prima
faticava molto a prendere sonno, trascorreva notti inquiete. Adesso sempre
più velocemente si addormenta e non ha incubi. Non serve più che rimanga a
lungo con lui.
Michele si aggrava. Non riesce più a comunicare
verbalmente. Per un giorno e mezzo è la mano, che stringe ancora, il segno
attraverso cui dice che è ancora vivo. E non è solo: c’è tutta la sua
famiglia con lui. Gli diciamo che gli vogliamo bene con le parole, con il
contatto, con la presenza.
Michele è stanco di patire,
è sfigurato e muore. Ci lascia il mistero della sua presenza, la sua
ricerca, la sua angoscia e tutto il cammino, semplice e intenso di
riconciliazione con la vita, con la propria storia, con se stesso, con Dio.
Michele è stato a Casa Santa Chiara neanche due mesi. Sono stati sufficienti
perché risplenda in lui l’immagine del “figlio
prediletto”.
Beatrice
arriva da noi con tanta paura; le persone che la circondavano l’hanno
abbandonata, non si fanno più presenti. Nessuno le ha spiegato qual è la sua
malattia così cerchiamo di farle capire che è malata di AIDS. “AIDS? Com’è
possibile?”. La nostra presenza si fa sostegno, comprensione.
Beatrice, madre di tre
figli, è africana! Le condizioni fisiche sono precarie e la malattia sembra
vincere sulla vita. Beatrice lotta con tutta se stessa, reagisce, vuole
vincere e si riprende. Chiede di tornare in Africa per vedere i suoi figli.
Ha l’autorizzazione del medico e il suo sogno si realizza. Prima di partire
si inginocchia, raccoglie dal nostro giardino un pugno di terra. Le
chiediamo il perché di questo gesto e ci risponde: “Questa terra la voglio
portare con me, nel mio paese, perché mi ha ridato la vita.”
Essere elisabettina oggi,
dentro Casa Santa Chiara, mi fa assapora la bellezza di sentirmi terra dove
ognuno può seminare, sperimentarsi, cercare strade diverse per vivere! Sento
una linfa che continua a generare dentro di me la passione perché ogni
ragazzo/a che entra in Casa Santa Chiara, nonostante la croce AIDS, possa
attingere la forza della risurrezione.
Suor
Daria Gaspardo e suor Enrica Martello
(28
ottobre 2003)
Torna
all’inizio